“Fauda” e “Naza”, sguardi sull’orrore e testimonianze della vendetta implacabile

La quinta stagione della serie israeliana che ha appena debuttato sui televisori italiani e il film dei registi Yuval Abraham e Rachel Szordei raccontano in che cosa è consistita davvero “la vendetta” dopo il 7 ottobre. Verità indigeste

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I registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham con il Premio Speciale della Giuria assegnato al film “Naza” durante la cerimonia di chiusura dell’83ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Venezia (foto Ansa)

Stiamo vivendo il tempo atroce di quella che qualcuno ha definito una sorta di terza guerra mondiale a pezzi, una guerra implacabile che si sta combattendo in Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Iran, dalle parti di Gerusalemme Est, nello Stretto di Hormuz, al confine tra Israele e il Libano, e ne sto dimenticando. A fare da punto di partenza del comparto forse il più agghiacciante di tale guerra è l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023 da parte dei terroristi musulmani di Hamas, l’“Operazione Diluvio al-Aqsa” per dirla nel loro luttuoso vocabolario. Anche la data di quell’attacco non era casuale, si trattava del giorno successivo al cinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra arabo-israeliana del 1973.
I terroristi musulmani quel giorno maledetto andarono addosso ai ragazzi ebrei che si accingevano a partecipare a un festival musicale oppure irruppero nelle case abitate da ebrei a massacrare uomini donne bambini, a sventrare tutto quello che trovavano. I morti ammazzati furono circa 1200. Mai visto nulla di simile. La vendetta israeliana fu immediata e a dir poco furente. La “vendetta” fa da asse portante della quinta stagione (undici episodi) della bellissima serie televisiva israeliana dal titolo “Fauda” che ha appena debuttato sui televisori italiani. Mentre non ho ancora visto il lodatissimo film israeliano “Naza”, ottanta minuti di cinema bruciante prodotto dal duo Yuval Abraham-Rachel Szordei e da Jonathan Glazer, il regista del magnifico “La zona d’interesse”, ossia Auschwitz. Nasa è un film-documentario in cui 24 tra soldati e ufficiali d’Israele (ripresi in modo da non essere riconosciuti) testimoniano in che cosa è consistita davvero “la vendetta”, ossia il togliere la vita a circa 70 mila palestinesi a furia di bombardamenti a tappeto e altro del genere. Bombardamenti, beninteso, che suscitavano il plauso dei coloni ebrei che vivono in Cisgiordania – ciò che non dovrebbe essere stando ad accordi internazionali che risalgono a molti anni fa. Per uno come me, che ama Israele e mai definirà “genocidio” l’agire dei soldati israeliani, quel che racconta “Naza” è da lasciare senza fiato. E comunque potete/possiamo criticare fino in fondo la politica di Israele ma quel sostantivo – “genocidio” – no, non lo possiamo usare.
A rendere ancora più indigeribile il tutto è quel che pretende aver scovato un importante giornale (di sinistra) israeliano. E cioè che Netanyhau era stato informato di quel che i terroristi di Hamas avevano intenzione di fare e con tutto ciò non avrebbe fatto una mossa che sia una per impedirlo, e questo perché politicamente il 7 ottobre gli andava a fagiolo nel rafforzare la sua personale leadership, nel senso di lasciargli in mano tutte le carte del suo agire politico. Ovviamente Netanyhau ha immediatamente querelato il giornale israeliano, che però non recede di un passo da quello che aveva scritto. Giuliano Ferrara giudica questo materiale “una superbufala”, l’ex generale ed ex capo dello Shin Bet Ami Ayalon lo giudica attendibile.
Per tornare all’uso del termine “genocidio”, una che riferendola agli israeliani ne fa uso abitualmente è Francesca Albanese. Di cui ho a lungo sospettato che fosse un’“invasata” (come lo sono la buona parte di quelli che animano i cortei Pro Pal), una dei tanti che le loro idee le manifestano senza alcuna sfumatura e senza alcuna sottigliezza. Da quanti ce n’erano nella mia generazione, di quei tipi lì ho fatto indigestione. Figuriamoci se appena ho saputo che nelle edicole italiane era in vendita il Rapporto dell’Albanese sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 dal titolo Tortura e genocidio non mi sono precipitato a comprarlo e a leggerlo. E’ un libro tessuto dalle sentenze di corti internazionali, di suo l’Albanese non ci mette una parola. Ed è una lettura da rabbrividire.
P.S. Non ho lo spazio per occuparmene, ma un altro libro (questo favorevole a Israele) la cui lettura è indispensabile è il recente Israele, lo Stato necessario di Carlo Panella (Rubbettino, 2026).