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di Giampiero Mughini

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UFFA!

Simmetrie creative nella casa di un bibliofilo, dove ogni libro ha il suo posto

Prima tenevo tutti i libri in ordine alfabetico. Ma l'equilibrio è durato qualche decina di anni, poi è iniziata l’èra delle pile, dei libri che venivano sovrapposti l’uno all’altro man mano che arrivavano. Le pile, cioè l’equivalente del fascismo e del nazismo quando irruppero nelle società europee del Novecento

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11 APR 26
Immagine di Simmetrie creative nella casa di un bibliofilo, dove ogni libro ha il suo posto

Google creative commons

A un suo lettore che gli chiedeva come fare a dare un ordine ai libri che teneva in casa, nella sua elegante rubrica quotidiana sulla Repubblica il mio amico Francesco Merlo ha risposto che per lui il problema non si pone. Dopo averli letti, lui i libri li regala. E dal tono della risposta pareva che più gli erano piaciuti, più in fretta li regalava. Fin dai miei vent’anni il mio atteggiamento è stato diverso. Tenevo innanzitutto a mettere in ordine i libri che avevo, a sapere per bene dove fosse ognuno di loro. Mettevo in ordine alfabetico tanto la letteratura italiana quanto le letterature straniere. E ci riuscivo. Fin da allora i libri erano l’anima dell’unica stanza di cui disponevo in casa dei miei nonni. Trent’anni dopo, arrivato a Roma e presa in affitto una casa di oltre cento metri quadri, i libri ne occupavano per intero due stanze non grandi e per metà una terza. Giunto il momento in cui decisi di comprar casa, un punto era fermo: che nella casa acquistata i libri avessero a disposizione tre stanze tutte per loro. Erano il mio strumento di lavoro, da loro veniva il reddito di cui riuscivo a vivere, dovevo sapere esattamente dove trovarli uno a uno al momento del bisogno. Tutto il resto della casa era non dico secondario, ma poteva essere gestito in modo più elastico. Una tavola da pranzo, un divano e relative poltrone dove far sedere gli amici ove ne fossero convenuti in un numero superiore a due/tre, una stanzetta per gli ospiti, quella in cui stette Franco Piperno nel suo mese e mezzo di latitanza perché accusato (a torto) di avere contribuito al ratto di Aldo Moro. E ovviamente la stanza in cui vivere quel che della mia vita era adesso spartito con Michela, e non era pochissimo.
Per una decina e passa di anni le cose funzionarono così, e cioè bene. Le tre stanze dedicate ai libri mantenevano un loro ordine, una loro fisionomia. Se cercavo un libro di letteratura americana o un libro di foto erotiche o un libro che esaltasse il design italiano degli Cinquanta e Sessanta, sapevo dove scovarli. Questo fino a poco tempo fa. Quando questo equilibrio è come se si fosse spezzato, come se i libri avessero attuato una loro rivoluzione che alla maniera della Rivoluzione francese ha sovvertito l’ordine costituito. Era cominciata l’èra delle pile, dei libri che venivano sovrapposti l’uno all’altro man mano che arrivavano. Le pile, l’equivalente del fascismo e del nazismo quando irruppero nelle società europee del Novecento. Il contrario dell’ordine, il contrario del bene, il contrario dell’eleganza. E tanto più adesso che gli editori, sospinti evidentemente dal fatto che su questa rubrica sul Foglio io molto spesso do rilievo all’uno o all’altro libro, di libri me ne mandano parecchi senza che io li chieda, libri che sono magnifici da leggere: specie se la giornata fosse di 48 ore anziché 24. Pile, pile, pile.
Né la situazione è migliorata dopo che ho preso la gravissima decisione di porre fine alla mia collezione di prime edizioni del Novecento e dunque di venderla. Era un’impresa che aveva avuto il suo percorso, tanto che di libri importanti me ne mancavano non più di quattro o cinque. Ebbene, quel percorso si era concluso e tanto valeva immortalarlo con un Catalogo (curato dalla Libreria Pontremoli) che ne segnalasse l’importanza, quanto quel percorso sia stato il più decisivo della mia vita, il percorso da cui è nata la buona parte dei libri che ho scritto. Sì, ho venduto quella collezione che avevo intrapreso cinquant’anni fa. Adesso è vuota la libreria in legno colorato che aveva disegnato per me l’allora mio carissimo amico Pablo Echaurren. Vuota. Il che significa, direte, che posso riempirla con i libri che stanno nelle stramaledette pile di cui ho detto prima. Ebbene non ce la faccio a sconsacrare quelle mensole su cui vivevano i libri cui tenevo più di tutti, i libri in prima edizione che raccontavano storia e cultura dell’Italia del Novecento. Quei libri che erano il cuore pulsante di casa mia, la testimonianza decisiva di quel che era stata la mia vita.

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