Ferie d’agosto, l’overtourism (con rincari) tutto italiano

Molti italiani non riescono a rinunciare alle vacanze nel mese più caldo dell’anno. In Italia ad agosto il tasso di riempimento di hotel e B&B raggiunge quasi il 75 per cento, contro una media annua di un letto occupato su due

10 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:42
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A Ferragosto l'Italia celebra ciò che guadagna: spiagge piene, alberghi pieni, ristoranti pieni, casse che girano. Cna stima che tra il 1° e il 23 agosto si muoveranno nel paese 17,4 milioni di turisti, con oltre 78 milioni di pernottamenti e un impatto economico complessivo superiore ai 15 miliardi. Tutto vero. Ma è solo metà della storia. L'altra è meno rassicurante: si chiama overtourism, rincari ed economia che si ferma.
Molti italiani non riescono a rinunciare alle vacanze nel mese più caldo dell'anno. Nel 2025, secondo un'elaborazione del Foglio dei dati Eurostat, il 22 per cento delle notti trascorse dagli italiani in strutture ricettive nel nostro paese è caduto proprio in agosto. E' il terzo dato più alto dell'Ue, dietro soltanto a Cipro e Croazia. Tra i grandi paesi, la Francia si ferma al 20 per cento, la Spagna al 17, la Germania al 13. E in passato gli italiani in villeggiatura ad agosto erano ancora di più: nel 2001 agosto erano il 26 per cento, nel 1990 il 27. Gli italiani, insomma, non vanno in ferie ad agosto. Ci si trasferiscono in massa.
Il risultato lo viviamo tutti sulla nostra pelle: overtourism, code, città d'arte ingestibili, spiagge intasate e servizi più cari proprio perché tutti arrivano nello stesso momento. In Italia ad agosto il tasso di riempimento di hotel e B&B raggiunge quasi il 75 per cento, contro una media annua di un letto occupato su due. C'è poi un altro dettaglio, reso sempre più attuale dal cambiamento climatico: le ondate di calore estive rendono sempre più spesso le vacanze ad agosto un girone infernale.
Ma i costi più rilevanti sono quelli che non si vedono dalle cabine degli stabilimenti: a Ferragosto l'economia italiana rallenta, le aziende chiudono perché chiudono i fornitori, i clienti, gli uffici pubblici, perfino i corrieri. E quando tutti aspettano tutti, la produzione va in letargo.
Un paper del Fondo monetario internazionale di alcuni anni fa, firmato dagli economisti Federico Mini e Guido De Blasio, aveva già studiato questo fenomeno confrontando la stagionalità della manifattura italiana con quella francese e tedesca. La conclusione è notevole: l'elevata stagionalità dell'industria è associata a una maggiore quantità di capacità produttiva inutilizzata. Nel campione analizzato, la capacità inutilizzata della manifattura italiana risultava circa il 30 per cento superiore a quella di Francia e Germania. Che cosa significa? Che una parte degli impianti, dei macchinari e delle risorse produttive disponibili rimane inutilizzata nei periodi di bassa attività: l'economia mantiene una capacità di produrre che non viene sfruttata. E questo obbliga le imprese a recuperare nel resto dell'anno, con un maggiore carico di lavoro su impiegati e macchinari.
Le spiegazioni economiche tradizionali non sembrano sufficienti a spiegare questa peculiarità italiana. In Paesi con una stagionalità elevata le chiusure possono dipendere dal clima o dalla rilevanza di settori legati alle stagioni di vendita (come automotive e tessile). Ma queste ragioni spiegano solo in parte il caso italiano. Il fattore culturale sembra avere un peso maggiore. Lo dimostra anche l'Alto Adige, più legato alle tradizioni del mondo germanico che a quelle mediterranee. Nella provincia autonoma la chiusura di metà agosto sta progressivamente perdendo terreno: secondo l'associazione locale degli artigiani, sempre più aziende scelgono di lavorare, limitando la chiusura a uno o due giorni.
Francesco Armillei, ricercatore di economia del lavoro alla Bocconi, lo spiega con una formula secca: “Dovremmo abolire l'idea che l'intero paese debba andare in ferie nello stesso momento”. Non per abolire Ferragosto, naturalmente, ma per smontare un equilibrio che si autoalimenta. “La convenienza ad andare in ferie dipende da ciò che fanno gli altri. È un equilibrio stabile: nessuno ha convenienza a cambiare settimana da solo, perché si ritroverebbe a lavorare mentre tutto il resto è fermo”. Una realtà soprattutto per le imprese integrate con il resto della filiera italiana: se i fornitori e i clienti rimangono chiusi, l'incentivo a fare lo stesso aumenta.
E come si passa da un equilibrio a un altro? “Eliminando, dove possibile, le ferie aziendali obbligatorie ad agosto” sostiene Armillei. “E usando il settore pubblico come first mover: scuole, amministrazioni e servizi potrebbero scaglionare maggiormente le chiusure, rendendo conveniente anche per famiglie e imprese fare lo stesso”.
Qualcosa, in realtà, sta già cambiando. I rincari delle settimane centrali dell'estate stanno spingendo chi può a spostare le ferie verso giugno, luglio o settembre. Ma perché questa trasformazione diventi strutturale serve anche una scelta collettiva. Non si tratta di lavorare di più né di fare vacanze più brevi. Si tratta di fare le stesse ferie, ma in momenti diversi. I prezzi stanno già facendo la loro parte. Per il resto, servirà che anche aziende e amministrazioni pubbliche imparino a non chiudere tutte insieme. Ferragosto può restare una festa nazionale. Non deve per forza diventare una serrata nazionale.