Perché wall street si mangia i disruptor

Il caso più evidente è quello di WeWork, compagnia di coworking che è passata in poco tempo da essere una startup valutata 47 miliardi di dollari a essere un treno deragliato dopo aver rivelato il suo prospetto finanziario a Wall Street in vista del debutto in Borsa. I banchieri hanno guardato nei documenti e hanno visto che il modello di business di WeWork faceva acqua dappertutto e che Adam Neumann, il cofondatore e ceo, aveva un influsso negativo sulla cultura aziendale. Seguono posticipazione della ipo a data da destinarsi, dimissioni di Neumann, licenziamenti a raffica dentro WeWork e infine ritiro della ipo. Ma i casi della nuova ondata di disruptor che non ha retto al controllo di Wall Street sono stati tanti quest’anno. Uber e Lyft, le due principali aziende di ride hailing in occidente, hanno entrambe debuttato in Borsa ma i loro risultati sono stati deludenti. Peloton, un’azienda che vende cyclette molto costose con un iPad attaccato e che poi fa soldi facendo pagare i corsi di spinning trasmessi sull’iPad, si è quotata alla fine di settembre e ha fatto flop, almeno per ora. Forse il problema è che le aspettative sono troppo alte, e vanno ridimensionate. O forse c’è una bolla in attesa di esplodere. Airbnb ha annunciato la sua quotazione a Wall Street nel 2020, tutti adesso aspettano di vedere cosa succederà.