E il pizzardone Previti fece una multa a Travaglio

Nomi sbagliati e refusi letali nelle notti insonni di Stefano Lorenzetto a fare le pulci ai giornali

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Multa. Rispondendo a una lettera di Fiorenza Sarzanini e Monica Guerzoni, rispettivamente condirettrice e quirinalista del Corriere della Sera, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, parla di “due casi di omonimia di cui mi scusai ancor prima di essere denunciato e un taglio redazionale a opera di colleghi dell’‘Espresso’ che dimezzò un mio pezzo e mi costò 1000 euro di multa a Previti”. Non sapevamo che l’ex ministro Cesare Previti fosse diventato un vigile urbano che riscuote contravvenzioni. Al posto di Travaglio avremmo scritto, meno nebulosamente: “Mi costò una multa di 1.000 euro e un risarcimento a favore di Previti”. Accadde nel 2017, quando il giornalista presentò ricorso contro l’Italia alla Corte europea dei diritti dell’uomo, dopo che la Corte di appello di Roma lo aveva appunto condannato, in una causa per diffamazione, a pagare una multa di 1.000 euro e a versarne 20.000 di risarcimento a Previti. La Corte di Strasburgo, all’unanimità, dichiarò il ricorso irricevibile, così come aveva fatto tre anni prima la Corte di cassazione.  [22 luglio 2026] 
Allucinazioni/1. Incipit dell’editoriale di prima pagina firmato da Tommaso Cerno, direttore del Giornale, per salutare una riforma grafica del quotidiano: “Guardate bene questo Giornale, perché è l’allucinazione che non vi hanno mai permesso di avere”. Allucinante, in effetti. [22 luglio 2026]
Allucinazioni/2. Titolo dell’intervista di Tommaso Cerno con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sullo stesso numero del Giornale: “‘Ora tolleranza zero con chi sfascia tutto / Voglio governi stabili la sinistra gli inciuci’”. L’allucinazione continua. (A una prima lettura, il titolo, privo di punteggiatura, sembra attribuire a Meloni il desiderio di tre cose: governi stabili, sinistra, inciuci. Un elenco privo di qualsiasi nesso logico. Del resto, il verbo “voglio”, in prima persona e riferito al premier, non può improvvisamente trasformarsi in un sottinteso “vuole”, in terza persona e riferito alla sinistra). [22 luglio 2026]
Ribadisco. “Comunicazione ai giornalisti”, priva di firma, dalla Sala stampa della Santa Sede: “In merito ad alcune informazioni comparse sui media nei giorni scorsi, ribadisco che le notizie circa una qualsiasi deliberazione da parte dei giudici che seguono il caso del Rev.do Marko Ivan Rupnik sono assolutamente infondate”. Ma chi ribadisce, lo Spirito Santo? [22 luglio 2026] 
Ambiguità. Incipit dell’editoriale di Maurizio Belpietro, direttore della Verità, in prima pagina: “La redazione di Report è preoccupata. Non per le frequentazioni che il conduttore della trasmissione ha intrattenuto per anni con un pregiudicato, con il quale concordava sondaggi che lo riguardavano”. Notiamo un’ambiguità semantica. Il pronome relativo “lo” può riferirsi sia al “conduttore della trasmissione” sia al “pregiudicato”, interpretazione grammaticalmente possibile, poiché quest’ultimo è l’ultimo sostantivo maschile singolare della frase. Per eliminare ogni equivoco, conveniva esplicitare il referente: “Con il quale concordava sondaggi sulla propria persona”. [13 luglio 2026]
Trinchetto. Alessandro Sallusti, direttore di Libero, nell’editoriale di prima pagina annuncia cambiamenti. Dichiara: “Li affronteremo con la stessa incoscienza e con lo stesso entusiasmo e con la stessa libertà (anche di sbagliare) che il proprietario di questa testata – la famiglia Angelucci – ci concede da oltre venticinque anni”. La famiglia Angelucci acquistò Libero dagli eredi di Stefano Patacconi, i quali le trasferirono la proprietà il 23 dicembre 2001. Fanno poco più di 24 anni e mezzo, non oltre 25. Cala Trinchetto. [30 giugno 2026]
Campo. Incipit di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera: “La potenza e il controllo. Fino a qualche giorno fa la Ue vedeva l’AI come un campo nel quale, coi gruppi Usa che sviluppano modelli sempre più potenti, agli europei non restava che accettare un altro campo di dipendenza tecnica ed economica”. Controllo poco. [18 giugno 2026]
Incalcolabili. Il terremoto in Venezuela secondo il titolo d’apertura di Avvenire in prima pagina: “Vittime incalcolabili”. Ci pare un’ellissi giornalistica infelice, sia sul piano logico sia su quello sintattico. Poiché l’aggettivo si riferisce al sostantivo che accompagna, dire “vittime incalcolabili” equivale letteralmente ad affermare che le vittime sono esse stesse incalcolabili, cioè non numerabili: un’evidente incongruenza semantica. A essere incalcolabile, semmai, è il loro numero. Altrimenti si dovrebbe concludere che le vittime, oltre a essere morte, sono anche impossibili da contare. [27 giugno 2026]
Intesa. Incipit di Anna Maria Angelone sulla Stampa: “Più che i ritardi dei treni avrebbero pesato le incomprensioni con il governo. In particolare, stando alle indiscrezioni, con l’azionista di riferimento ovvero il Mef. Ma non solo. Circolano rumor di un’intesa mai sbocciata fra l’ormai ex ad di Fs, Stefano Donnarumma, con il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari”. Un’intesa “fra” e “con” è proprio impossibile. Semmai “un’intesa mai sbocciata fra l’ormai ex ad di Fs, Stefano Donnarumma, e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari”. [26 giugno 2026]
Scerbanenco. Sulla Lettura, Ermanno Paccagnini recensisce Si paga sempre. Cinquanta delitti (La Nave di Teseo) di Giorgio Scerbanenco e cita “il paradosso scarnificante del padre della Contessina cui piaceva farsi raccontare dal poveretto ‘una storia di bambini malati, di mogli cadute dalle scale, di sorelle che avevano perduto l’impiego, e di lunghi giorni passati senza mangiare, mentre il conte ascoltava con attenzione, ma perfettamente incredulo, interessato solo alle novità di quelle terribili storie, sempre diverse, originali, come le prendessero da un volume di novelle’ ricambiandoli con ‘tre buoni pasti e cinquecento lire’”. Non si capisce a che cosa si riferisca quel “ricambiandoli”: se al poveretto, dovrebbe essere “ricambiandolo”; se alle terribili storie, “ricambiandole”. Nell’ultimo capoverso, poi, parlando dei diversi nomi con cui nel corso del tempo Scerbanenco aveva firmato i racconti, Paccagnini osserva: “Questo porta a una considerazione a proposito del ‘Scerbanenco’ come firma”. Qualsiasi cosa intenda il critico, non è italiano: a parità di oscurità, o “di ‘Scerbanenco’” o “dello ‘Scerbanenco’”. “Del ‘Scerbanenco’” è proprio uno strafalcione, visto che la preposizione articolata precede una s impura. [28 giugno 2026]