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Le farmacie di catena erodono la borghesia italiana
C’erano una volta i farmacisti ed erano dei borghesi e come tali sostenevano i consumi. La loro diminuzione è una perdita economica, umana e culturale
5 SET 26

Foto Epa via Ansa
Sempre seguace di San Paolo e del suo metodo (esaminare tutto e trattenere il valore) sono entrato per la prima volta in una farmacia di catena. Su internet si dichiarava fornitissima dei miei amati minerali e invece ci ho trovato sì lo zinco ma non il potassio. Pazienza, proverò altrove. Poi ho osservato le addette: tutte tristi (non per niente si chiama “catena”). Poi ho pensato: questi grandi gruppi, con la loro irresistibile avanzata sostenuta da capitali internazionali, stanno divorando un bel pezzo della già erosa borghesia italiana. C’erano una volta i farmacisti ed erano dei borghesi e come tali sostenevano i consumi spesso perfino culturali (ho conosciuto farmacisti collezionisti d’arte, farmacisti bibliofili, farmacisti gourmet...). Fra poco al loro posto ci saranno solo degli impiegati, magari laureati in farmacia ma impiegati. E gli impiegati di che cosa si interessano? Di ferie. Dunque il passaggio dalle farmacie indipendenti alle farmacie di catena, voluto a suo tempo da due campioni quali Renzi e Calenda, rappresenta per l’Italia una perdita economica (i profitti se ne vanno all’estero), una perdita umana (addio rapporto personale), una perdita culturale. Esaminato il fenomeno, verificato il disvalore, decido: in una farmacia di catena non entrerò più. Pregando che qualche farmacia indipendente resista sempre.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
