I confini di Frank Furedi, in Italia prima che a Ceuta

"Le frontiere fisiche e le varie forme di demarcazione territoriale creano uno spazio nel quale gli individui sviluppano un senso di appartenenza e comunità", scrive l'autore. Nel nostro paese ce ne potrebbero essere moltissime

2 SET 26
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Foto ANSA

Finalmente ho letto Frank Furedi, “I confini contano” (Meltemi), libro che il tema rende epocale, inserito fra le tracce dell’ultimo esame di maturità nonostante l’autore sia vivo e non di sinistra. Epocale ma scritto male, com’è normale che sia essendo Furedi un professore (emerito di sociologia all’Università del Kent). Tuttavia, a dispetto di note e farragini, ha il merito di ribadire l’importanza delle frontiere: “Le frontiere fisiche e le varie forme di demarcazione territoriale creano uno spazio nel quale gli individui sviluppano un senso di appartenenza e comunità”.
Ne scrivo per parlare di Ceuta? No, non serve Furedi per capire l’importanza della frontiera di Ceuta, chiunque non sia un suicida culturale ci arriva da solo. Furedi mi spinge a parlare di Romagna. Come mai sull’autostrada e sulle altre strade fra Emilia e Romagna non c’è il cartello di confine? Dovrebbe esserci: l’appartenenza fa bene alla salute e all’economia, accresce il capitale sentimentale e territoriale. Prego che simili cartelli appaiano all’ingresso di tutte le regioni e pure delle dilette subregioni: Langhe, Monferrato, Venezia Giulia (che non è Friuli e bisogna spiegarlo sempre), Lunigiana, Garfagnana, Versilia, Chianti, Piceno, Irpinia, Terra di Bari, Terra d’Otranto...