La letteratura non se la passava così bene anche prima

Poca varietà, poche proposte originali, poco pubblico? Nulla di nuovo, da Ruggero Bonghi a Ugo Ojetti, passando per Gabriele D'Annunzio

31 LUG 26
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Foto ANSA

“Tutto congiura contro questa povera letteratura italiana. Essa non riesce a passare le Alpi che rarissimamente, e il suo compenso pecuniario è minimo per povertà e ignoranza di editori e sopra tutto per scarsezza di pubblico” (Ruggero Bonghi). “I giornalisti non leggono mai nulla di quel che noi scriviamo e ci considerano inutili” (Luigi Capuana). “Io noto un fenomeno volgare. L’Europa è inondata di quella letteratura che si suol chiamare amena” (Gabriele D’Annunzio). Leggo “Alla scoperta dei letterati” di Ugo Ojetti, libro-inchiesta del remoto 1895, ripubblicato da Historica qualche anno fa, e mi risollevo: nulla di nuovo sotto il sole. La letteratura se l’è sempre passata abbastanza male, gli scrittori hanno sempre avuto buoni motivi per lamentarsi, dunque la misera situazione attuale non è così eccezionale. Fra i 26 autori intervistati da Ojetti su e giù per l’Italia c’era il divino Gabriele ma c’erano pure gli intellettualmente ipodotati De Amicis e Fogazzaro, due che non avrebbero sfigurato al Premio Strega. Anche a fine Ottocento sembrava a molti che il libro fosse in agonia (“La letteratura italiana odierna? E quale?”, risponde Ferdinando Martini), eppure il moribondo sopravvisse tranquillamente. Ciò sia di conforto.