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Perché serve ricordare che il vino era edonismo e cultura
Buone ragioni per leggere "Ode al vino e all'anarchia", la raccolta di articoli, pubblicata da Elèuthera per il centenario della nascita di Luigi Veronelli
18 LUG 26

Foto LaPresse
Si legga “Ode al vino e all’anarchia” di Luigi Veronelli per ricordarsi di quando il vino era, almeno per un numero significativo di persone, edonismo e cultura, mentre adesso è solo saccenza e status, e giustamente ha stufato e non si beve più. Veronelli è stato il primo e ultimo giornalista enologico italiano, per dirne l’importanza. Anche se a rinchiuderlo nello specialismo gli si fa un torto, visti i suoi molteplici interessi: era innanzitutto un letterato, leggeva San Bernardino da Siena, D’Annunzio, Gadda (molto Gadda, e si sente), e poi, come usavano i bevitori colti, Baudelaire e Khayyam. I poeti lo aiutarono a coniare una definizione memorabile: “Il vino è il canto della terra verso il cielo”. Questa raccolta di articoli, pubblicata da Elèuthera per il centenario della nascita, un poco mi ha fatto disperare, costringendomi a notare la differenza con il meschino presente. E un poco mi ha incoraggiato, approvando la mia misantropia. Veronelli era un anarchico e da vecchio frequentò perfino i centri sociali, ma sotto sotto restò sempre un solitario. A pagina 122 scrive, verseggiando: “Contro quanto si è sempre detto / e si dice, / un grande vino / va bevuto, posseduto, per sé solo / ossia in due soli / … / Degustarlo con altri / mi fuorvia, / mi irrita”. A chi lo dici, fratello Veronelli!
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
