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Non sempre le grandi penne sono grandi persone
Pirandello era un piccolo uomo e un grande scrittore. Succede spesso in letteratura: i virtuisti si rassegnino
25 GIU 26

Foto Olycom
Pirandello era una scadente persona, pure peggio di Michele Mari. Tutta la vita a lamentarsi, a fare la vittima, a minacciare il suicidio anche con i famigliari, perfino con i figli, poveretti. Lo scopro grazie a “Io Pirandello, uomo del Caos” (Rizzoli), la biografia scritta da Annamaria Andreoli che ha potuto servirsi di moltissime lettere finora indisponibili. Ne risulta, oltre che un supergrafomane, un superfascista, mussoliniano non per convenienza (magari) ma per convinzione. Viene fuori il superinvidioso, con quella sua formula assurda, “La vita o si vive o si scrive”, che scagliò più volte contro D’Annunzio, pubblicamente e dissennatamente. Aveva un pessimo carattere, “rancoroso e litigioso”. Nei primi tempi si lagnava, banalmente, dell’insuccesso, poi cominciò a lagnarsi, offensivamente, del successo: l’importante era mostrarsi disperato. Riuscì nell’impresa di compiangersi anche nel discorso di accettazione del Nobel. Di un materialismo meschino, era sempre a battere cassa, a dare fastidio, a dichiararsi incompreso, a immaginare complotti ai suoi danni… Pirandello era un piccolo uomo e un grande scrittore. Succede spesso in letteratura: i virtuisti si rassegnino.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
