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Preghiera •
Con quei soldi, lo potevo fare anch’io
“Le sei donne che amarono Picasso” di Sue Rose è un viaggio nella vita sentimentale del satiro spagnolo che demolisce ogni eventuale complesso d’inferiorità. Non era un fatto di carisma o genio artistico, era il denaro
12 GIU 26

Foto Olycom
Lo potevo fare anch’io. E’ la frase stupida che molti pronunciano dopo aver visto certe opere di arte moderna, ed è la frase intelligente che io pronuncio dopo aver letto “Le sei donne che amarono Picasso” di Sue Rose (Einaudi). Non fu molto difficile, per il gran satiro spagnolo, procurarsi tutte queste donne giovani e belle, spesso anche colte, eleganti. “Forse non è un caso che tutte e sei avessero subito traumi durante l’infanzia o un’educazione esageratamente oppressiva”, scrive la biografa. Certamente non è un caso. Ai problemi famigliari si accompagnavano di frequente i problemi economici. E Picasso, tranne il primo breve periodo bohémien, era ricco. Ricco e, fino a quando non si stufava, protettivo. A queste ragazze abbandonate, abusate, disperate, offriva vestiti, viaggi, ristoranti, case via via più lussuose. Fernande Olivier, orfana derelitta, quando mai avrebbe avuto a sua disposizione una cuoca? Olga Khokhlova, ballerina russa infortunata e disoccupata, come avrebbe potuto mandare “ingenti somme” ai famigliari travolti dalla Rivoluzione d’Ottobre? Eccetera. La biografia picassiana di Sue Rose demolisce ogni eventuale complesso d’inferiorità: con quei soldi, lo potevo fare anch’io. (E forse le avrei trattate meglio, ma questo è un altro discorso).
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
