di Camillo Langone
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Grazie, caro Vittorio Messori
L'invito a essere meno dispersivi e a concentrarsi sull'apologetica, Antonio Socci come erede, il "Rapporto sulla fede". Un ricordo
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7 APR 26

Foto Lapresse
Caro Vittorio Messori, non sono mai venuto a trovarti ed è colpa mia, non abitavi così lontano, un salto a Desenzano potevo pure farlo in tutti questi anni. Ci incontrammo una volta in fiera a Rimini, a una messa di Rinnovamento nello Spirito Santo: ci inginocchiammo sulle dure tavole di un palco, che male. Poi per un periodo ci siamo scritti e una tua mail me la ricordo ancora. Mi esortavi a essere meno dispersivo, a concentrarmi su quell’apologetica di cui eri campione. Ne avrei ricavato soddisfazioni personali e benemerenze spirituali, dicevi. Ti risposi che sì, ne ero convinto, avrei dovuto farlo, ma non potevo. Addussi tre motivazioni o forse scuse: l’ignavia, l’incapacità, l’indegnità.
Ora che sei morto e non posso più incontrarti, almeno in questa vita, mi sovviene una quarta motivazione: Antonio Socci. E’ il tuo erede, ai cui libri non credo di poter aggiungere nulla, o nulla di cattolicamente utile. Caro Vittorio, grazie ancora per “Rapporto sulla fede” che in quegli anni lontani mi fece ratzingeriano: ora lo avrai rivisto, Joseph Ratzinger.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
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