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di Camillo Langone

La poesia di Rondoni, fedele alla vita, non smette di ruggire contro lo Scontento

In “Sette canti contro lo Scontento” il poeta che ricorda perfino Allen Ginsberg sfida nichilismo e lamento intimista, critica il pol. corr. e mostra la facilità della felicità
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25 FEB 26
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“O vasto esistente / parlami solo se hai qualcosa / che guarisce dallo Scontento”. Faccio mie le parole di Davide Rondoni, lette ora in “Sette canti contro lo Scontento” (Garzanti). Tutto il libro è una smentita della poesia media contemporanea, la poesia di cui nessuno sente il bisogno perché ridotta a lamento ombelicale, presuntuoso autismo. Rondoni è energetico, ritmico, beat, a un certo punto mi è sembrato di sentirci perfino Allen Ginsberg, “Urlo”. Rondoni è allegro ma non cieco, critica il poeta vietnamita (Ocean Vuong?) autore di “versi magnetici e corretti sui pompini”, i tanti artisti “nihilisti ironici futili tristi”, e a pagina 133 addirittura Allah, ricordandone l’abissale distanza dal Dio fatto carne e volto che ci ha chiamato amici. Rondoni, fedele alla vita, non smette di ruggire contro lo Scontento, e di cercare bellezza ovunque, e di scovarla: “Le città / servono solo a questo / trovare la gioia che costa poco / una gelateria”. Laudato sia il poeta che mostra la facilità della felicità.

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