Renzi, il senso di una leadership
La situazione in cui si trova Matteo Renzi è piuttosto complicata, per ragioni oggettive e soggettive, il che spiega e in parte giustifica una certa ambiguità che caratterizza il suo atteggiamento. Il fondo del suo pensiero politico, come emerge dall’intervista di ieri al Corriere della Sera, è largamente apprezzabile. Quando dice di trovare insopportabile “questo moralismo senza morale”, di considerare una maledizione della sinistra “questa saccenteria, questa pretesa di superiorità etica” esprime una volontà reale di rimettere la politica italiana sulle rotaie della competizione, e in casi eccezionali della collaborazione, tra proposte alternative, non tra il bene e il male.

La situazione in cui si trova Matteo Renzi è piuttosto complicata, per ragioni oggettive e soggettive, il che spiega e in parte giustifica una certa ambiguità che caratterizza il suo atteggiamento. Il fondo del suo pensiero politico, come emerge dall’intervista di ieri al Corriere della Sera, è largamente apprezzabile. Quando dice di trovare insopportabile “questo moralismo senza morale”, di considerare una maledizione della sinistra “questa saccenteria, questa pretesa di superiorità etica” esprime una volontà reale di rimettere la politica italiana sulle rotaie della competizione, e in casi eccezionali della collaborazione, tra proposte alternative, non tra il bene e il male. Dove, invece, lascia trasparire una certa insofferenza verso l’equilibrio politico esistente, e quindi il governo di Enrico Letta che ne è la conseguenza, sulla base di petizioni di principio abbastanza generiche o furbesche, sembra un candidato segretario che cerca il consenso da tutte le parti, rinunciando così a mettere al centro della battaglia quella sua concezione della politica come confronto leale che è l’aspetto più apprezzabile della sua proposta. Perché il governo rischierebbe di cadere se Renzi diventasse segretario? A questa domanda di Aldo Cazzullo, Renzi risponde inopinatamente che “il rischio c’è, anche più grave di quello del 2007”, quando l’elezione di Walter Veltroni a segretario del Pd segnò di fatto la fine politica del secondo governo di Romano Prodi.
Ma la situazione di allora era del tutto diversa, il governo era paralizzato e Veltroni poneva l’obiettivo di una vocazione maggioritaria del neonato Pd. Renzi, se crede che Letta oggi sia nella stessa situazione di Prodi di allora, deve dirlo e trarne le conseguenze ovvie. Se non è così, e pare che non lo sia, deve intestarsi gli obiettivi riformatori, non lasciarsi andare al logoro gioco dell’uovo e della gallina, chiedendo di fare prima la legge elettorale e poi le riforme istituzionali. Renzi, in sostanza, è presidenzialista, anche se mantiene dubbi sulla carica, presidente della Repubblica o del Consiglio, cui attribuire i poteri decisionali derivanti da un’elezione diretta. Se vuole essere considerato un leader vero deve far pesare questa convinzione partecipando alla costruzione di un’assoluzione condivisa. Se vuole solo fare la campagna elettorale per la segreteria del partito, invece, può continuare a fare le pulci agli altri senza impegnarsi direttamente. Solo in questo caso sarebbero ragionevoli le preoccupazioni espresse da Renato Brunetta per l’elezione di Renzi alla guida del Pd, che per ora hanno solo una base polemica e il difetto di rappresentare un’intromissione nei fatti interni di un altro partito, come quelle che Brunetta denuncia quando riguardano il suo.