di Camillo Langone
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Una Biennale ordinariamente invasionista e genderista
Contro il nichilista Padiglione Italia di Venezia ci vorrebbe una rappresentazione dei paesi deserti, dei casolari crollanti, delle fabbriche dismesse: la faccia del paese che le pecore plaudenti dell'arte contemporanea non sanno nemmeno esista
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18 APR 24

Padiglione Italia alla Biennale (foto Ansa)
“Stranieri ovunque”, “Italiani da nessuna parte”. “Stranieri ovunque” è il titolo della Biennale ordinariamente immigrazionista, anzi invasionista, e ovviamente genderista e omosessualista, con un Padiglione Italia abitualmente nichilista, stavolta buddista. “Italiani da nessuna parte” è il titolo della mia contro-Biennale, naturalmente onirica. Artisti invitati: Massimiliano Alioto, Andrea Chiesi, Giuliano Guatta. Tre eccellenti pittori che dipingono la Finis Italiae, l’Italia vuota, i paesi deserti, i casolari crollanti, le fabbriche dismesse. Quell’Italia che i cosmopoliti, le pecore plaudenti dell’arte contemporanea, non sanno nemmeno che esista, l’Italia della Bassa Padana e dell’Appennino, dell’Alta Murgia e delle Prealpi, l’Italia prossima ventura che ogni demografo può spiegare ma che nessuno ha voglia di ascoltare. L’Italia del campo di calcio abbandonato che ho visto a Botticino (Brescia), epitome spettrale di una civiltà senza ragazzi e dunque morta. Potrebbe essere un’installazione intitolata semplicemente “Italia”. O la copertina di un libro di Agamben o di Alvi. O il soggetto dei quadri di Alioto, Chiesi, Guatta, se fosse possibile, ma non lo è, trovare uno sponsor per una mostra così vera e così triste.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
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