Il logorroico ultimo disco di Jovanotti

Sono stanco di essere me stesso, voglio essere una persona normale e allora mi sono legato alla sedia per impormi l’ascolto integrale del logorroico ultimo disco (o come si chiama) di Jovanotti (o come si chiama).
6 AGO 20
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Sono stanco di essere me stesso, voglio essere una persona normale e allora mi sono legato alla sedia per impormi l’ascolto integrale del logorroico ultimo disco (o come si chiama) di Jovanotti (o come si chiama). Perché non riesco a immaginarmi nessuno che, oggi in Italia, sia più normale dell’estimatore di Jovanotti (Jovanotti no, lui non può essere così normale come si autodipinge, lui è comunque un artista). E allora smetterla di ascoltare Rone e Fogh Depot, nomi che una persona normale giustamente nemmeno conosce. E allora smetterla di rimpiangere Lucio Battisti e Lucio Dalla, le canzoni di un’epoca in cui le classifiche di vendita qualche volta (non sempre: qualche volta) corrispondevano alle gerarchie dell’arte. Ascoltare invece il mainstream odierno, la musica che riempirà gli stadi dell’estate 2015. Una parola. Mi sono dovuto legare stretto perché i testi sono elementari, il canto rudimentale, le tastiere tamarre e soprattutto perché i pezzi sono in numero di trenta. Trenta. Non è che Jovanotti abbia moltissimo da dire, e quel non moltissimo lo ripete trenta volte: il cielo è immenso, tu sei magica, come sei bella, meraviglioso è stare qui con te. Mi sono dovuto legare molto stretto. Sopportando il dolore a guisa di terapia: curare il mio snobismo, il mio pessimismo con la solare energia del cantante di Cortona, che ammiro proprio perché sono il suo contrario (ammirare i simili è masturbatorio). Ma dall’ammirazione per l’uomo a quella per la sua arte il passo è lungo. Eppure, legato alla sedia, l’ho compiuto. Decidendo di tornare un diciottenne mentale? Non sarebbe bastato, io a 18 anni ascoltavo “Tristan und Isolde”. Decidendo di tornare un diciottenne innamorato. A quel punto “Insieme” (guarda caso traccia 18) diventa un capolavoro capace di riempire di senso, o di sogni, interi pomeriggi. Una canzone che ti toglie vari decenni di dosso, così come ti toglie vari decenni di dosso l’amore. Dio ce lo conservi Lorenzo Cherubini.