Il senso di colpa del “sobreviviente” in un paesaggio di morti e cancellati da vivi

Al cinema “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis: il compimento della trilogia che va da “Garage Olimpo” a “Figli/Hijos”

14 OTT 26
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Foto ANSA

Ho visto “Ritorno a Buenos Aires”, il film di Marco Bechis presentato e premiato a Venezia. E’ il compimento della trilogia che va da “Garage Olimpo” a “Figli/Hijos”. Trovo ogni volta dettagli impensati. Il protagonista trent’anni fa era stato recluso torturato e asservito, e ora per la prima volta torna dall’Italia a Buenos Aires per testimoniare. Rivisita il sotterraneo del Garage Olimpo per guidarvi la figlia di una madre desaparecida, è tardi, e la custode sta spegnendo le lampadine – vecchie, poca luce, quelle di allora – la ragazza le chiede di aspettare un po’, e per persuaderla lo indica: “Es un sobreviviente!”. Lo dice come si direbbe di una categoria professionale, di un mestiere – è un idraulico, un poliziotto, un dentista, oppure un fantasma – un sopravvissuto. Un mestiere che induce una custode a fine giornata a ritardare un po’ la chiusura. Non so se sia solo una suggestione, o davvero il nome in Argentina, o in Cile o in Uruguay, si sia per così dire tecnicizzato, a differenza che nel nostro modo di nominare i superstiti, reduci dei campi di sterminio. Forse a segnare il divario sta la differenza fra il passato, il sopravvissuto, e il participio presente, el sobreviviente, che ne protrae senza fine la vita supplementare. C’è una canzone del 1984 di Victor Heredia, “Sobreviviendo”, che, cantata da lui o con altre voci magnifiche – Mercedes Sosa, León Gieco, Teresa Parodi, l’ospite prezioso Juan Manuel Serrat… – è diventata un inno popolare: una sorella di Heredia è desaparecida. Comincia: “Me preguntaron cómo vivía, me preguntaron / Sobreviviendo, dije, sobreviviendo…” e finisce: “Ya no quiero ser sólo un sobreviviente / Quiero elegir el día para mi muerte”. Ed ecco un altro dettaglio: l’avvocata dei golpisti rapitori torturatori e assassini, odiosa ex officio, interroga la sopravvissuta che sta raccontando per la prima volta le sadiche violenze sessuali che ha subito: “L’imputata ha detto…”. “La signora non è imputata, è testimone!”, la interrompe la giudice. E resta il dubbio sull’errore o sulla cattiveria, e comunque il lapsus svela l’intenzione di rendere la donna colpevole degli stupri abominevoli che ha subito, se non altro perché è sopravvissuta – è sobreviviente.
A prima vista il terzo film fa un passo in più verso l’abisso della resistenza spezzata dei sequestrati e torturati, della “collaborazione”. In questo senso sembra seguire l’itinerario che è stato dei lager, del silenzio dei sonderkommando, gli ultimi a testimoniare. E d’altra parte lasciare l’itinerario vissuto di Bechis, che poté fortunosamente – e fortunatamente, un passaporto italiano, una famiglia influente – scampare alla detenzione e alla tortura dopo dieci giorni (stavo per scrivere “dopo soli dieci giorni”, bisogna sempre stare molto attenti), mentre qui il protagonista “Tano”, Mariano Guerra, era restato recluso per due anni e 46 giorni, una durata inspiegabile se non con circostanze eccezionali – è diventato il protetto, lo schiavo sessuale e l’assistente medico di uno dei torturatori. Ha denunciato due suoi compagni, ha stordito col pentothal gli avviati ai voli dai quali sarebbero stati scaricati nell’acqua, consapevoli loro e lui. Ha provato per trent’anni, in un altro luogo, l’Italia, in un’altra vita, a rimuovere, a fare a meno di quel passato, con un senso di colpa e una vergogna che ora gli esplodono dentro, fino alla catarsi: una confessione lacerante, ma di colpe altrui. (Non a caso al centro della tortura sta la violenza e la ferita sessuale, e al senso di colpa e di vergogna delle e dei torturati delle dittature si avvicina soprattutto l’esperienza dello stupro e della violenza sessuale nella vita ordinaria). E però il senso di colpa sta intero in quel dato elementare: essere sopravvissuti, stare in un paesaggio di morti e cancellati da ancora vivi, sobrevivientes.
E’ una donna a testimoniare nei dettagli intimi la violenza sessuale patita – trent’anni dopo, e ancora in tempo. Il testimone uomo, Tano, dopo avervi alluso, grida segnando a dito il suo aguzzino ancora sicuro di sé e del proprio potere: “Fatevelo dire da lui!”.
Bechis, e la sua coautrice e figlia, Vijaya Bechis Boll, sono bravi coi personaggi femminili. (Io resto attaccatissimo alla ragazza Eva di “Alambrado”). Qui il protagonista è Tano, e Adriano Giannini se ne appropria formidabilmente. (Perfino in momenti in cui il copione si spinge oltre, come quando il suo vecchio tiranno gli ordina di mettersi sull’attenti). L’evoluzione della deposizione in cui da lui si deciderà la sorte fisica e morale dei criminali invecchiati senza prescrizione, la condanna a vita, lo scampolo di vita, o l’assoluzione per insufficienza di prove, è toccante. E non è “teatrale”, né lo è l’intero film nonostante la claustrofobia in cui si svolge, salva l’uscita, a riveder le stelle.