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Dire e non dire che Trump è alla mercé di Putin. Ma tempi estremi si gioverebbero di parole nette
Di fronte alla brutale pugnalata alla schiena dell’Ucraina, non c’è stato nessuna personalità dei governi democratici che abbia preso la parola per dire che il presidente americano ha definitivamente provato quello che loro tutti sanno: a muoverlo è l'antica e personale soggezione materiale a Vladimir Putin e ai suoi servizi
13 OTT 26

Foto LaPresse
A volte personalità dalla carriera esemplarmente borghese e spettacolarmente bancaria, promosse dalle circostanze a un ruolo direttamente politico e di governo, dicono le cose come stanno, e come l’etichetta della ragion di stato imporrebbe di evitare. Cinque anni fa Mario Draghi, un curriculum nell’alta finanza privata (alta!) poi alla presidenza della Banca centrale europea, fortunosamente arrivato a presiedere il governo italiano, all’indomani di una screanzata offesa di Recep Tayyp Erdogan alla presidente dell’Unione Europea, disse: “Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società”. Fece uno scandalo, come chi esplodesse un colpo di revolver nel foyer della Scala nell’intervallo dell’Elisir d’amore.
Nel gennaio scorso Mark Carney, curriculum nell’alta finanza privata poi governatore della Banca del Canada poi della Banca d’Inghilterra (senza essere cittadino inglese), fortunosamente arrivato a presiedere il governo canadese, tenne un discorso memorabile al parlamento europeo, dichiarando che un ordine internazionale basato sulle regole e sulla falsità era definitivamente finito, a vantaggio della mera legge della forza, e che andava sostituito da “un realismo fondato sui valori”. “Le potenze medie devono agire insieme perché, se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu”. Ebbe, per il momento, moltissimi applausi. L’altroieri, il premier britannico Andy Burnham, che peraltro non fu bancario né banchiere ma solo deputato, ministro e sindaco di Manchester, e pensa e dice che la Brexit procurò più danni che vantaggi al Regno Unito, ha dichiarato di essere stato informato dell’interferenza della Russia nel referendum del 2016. E’ bene, ha spiegato, tenerne conto riguardo al destino dell’AfD nelle elezioni tedesche. Ha fatto un po’ di scandalo, nemmeno tanto.
Sono episodi rari, altre volte somigliano a voci dal sen fuggite e presto richiamate. E suonano più sorprendenti a confronto dell’assuefazione ai titolari del nuovo ordine mondiale che fanno delle dichiarazioni più spudoratamente scalmanate (e delle malefatte corrispondenti) la propria cifra quotidiana. Com’è appena successo, una volta di più – e molto di più – nella calorosa gratitudine espressa da Trump a Putin per le tonnellate di gasolio messe sul mercato (una giornata e mezza di consumo americano, più o meno) e nella contemporanea liquidazione di Zelensky, per aver costantemente rigettato le occasioni di metter fine alla guerra, e l’intimazione a cedere il posto a un altro presidente per l’Ucraina. Condita dal ricatto esplicito – assecondato da Elon Musk – di chiudere la fornitura, cioè la vendita, di armamenti all’Ucraina, e magari anche il sostegno dell’intelligence o addirittura della rete Starlink. Com’era inevitabile, sono venute critiche più o meno severe alla prepotenza brigantesca di Trump da titolari di governi democratici e alleati ufficiali dell’Ucraina (non tutti, come sapete). Che, come la gran maggioranza dei commentatori, hanno spiegato la bravata micidiale di Trump con la difficoltà della sua vigilia elettorale e il tentativo di spostare da Hormuz e Bab al-Mandab al Mar Nero e ai droni ucraini la colpa dell’aumento del pieno degli automobilisti americani. E hanno rielencato burocraticamente le circostanze in cui Trump ha infierito sul piccolo Zelensky, in presenza nello Studio ovale, in assenza sul tappeto rosso di Anchorage, e qui e là, come un’ulteriore tappa del capriccioso andirivieni del presidente americano.
Però, di fronte a questa brutale pugnalata alla schiena dell’Ucraina, non c’è stato un solo, una sola, personalità dei governi provvisoriamente democratici, che abbia preso la parola per dire, virgola più virgola meno, che Donald Trump ha definitivamente provato quello che loro tutti sanno: che a muoverlo non è solo né tanto la leggendaria ottusità, né la psicanalitica ammirazione per Putin uomo forte, bensì la antica e personale soggezione materiale a Vladimir Putin e ai suoi servizi. La compromissione in colossali affari illeciti e in miserabili avventure private, che ne fanno un uomo alla mercé di Putin e dei suoi servizi. Chi avesse così parlato, avrebbe messo in luce il problema cruciale dei nostri giorni: che cosa fa, che cosa deve e può fare, la “comunità internazionale”, la politica tesa al bene comune e almeno alla riduzione del danno, nei confronti di un potere insieme smisurato, brutale, criminale e stupido? E della sua coincidenza con altrettante fortezze e casseforti insieme rivali e associate?
Certo, chi avesse, fra i piccoli grandi delle cosiddette potenze medie e sparpagliate della coalizione democratica, enunciato seccamente una simile constatazione, avrebbe esposto sé e il proprio paese e la propria parte alla rivalsa di un tal potere di energumeni. E avrebbe tradito il senso di responsabilità, premessa di ogni investitura politica. Agisce, il benedetto dannato senso di responsabilità, perfino su personaggi che, per scadenza di età e di carica, sembrerebbero non aver più niente da perdere, se non le loro catenine. Ma tempi estremi si gioverebbero di parole nette, tanto più alla vigilia di cambiamenti nelle istituzioni e nel sentimento popolare che vanno precipitosamente uniformandosi all’avarizia e alla viltà. Anche solo a futura memoria, come si dice. (“Se la memoria avrà un futuro”).