La rivolta a Pisa contro le cimici in cella. Pericolosa follia

A ribellarsi sono stati detenuti in attesa di giudizio che avrebbero scoperto, e mostrato, l’esistenza diffusa di microspie. Questo fa pensare a un’intenzione di controllo interno più che a un’indagine particolare. Intenzione, se così fosse, illegale

1 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 16:08
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(Foto Ansa)

Allora: c’è stata una “rivolta” nel carcere Don Bosco di Pisa, dove fui di casa. I detenuti avrebbero trovato delle “cimici”, non gli insetti, che non fanno notizia, ma i congegni per spiarne le parole (e anche i movimenti, pare, con telecamere). Ribellandosi a questa scoperta, hanno trasmesso con un telefono via TikTok la propria protesta, seguita in diretta da alcune migliaia di persone. Che i detenuti dispongano di un telefono è un caso che le cronache descrivono come non più raro, compreso l’invio attraverso droni: è certo proibito dal regolamento e dalla legge.
Che cosa dice la legge e il regolamento sul collocamento di cimici e telecamere nelle celle? Che, benché le celle non siano tutelate come le abitazioni private – e infatti sono normalmente perquisite, malmenate, messe a ferri battuti, abbagliate o abbuiate a piacere – l’installazione di apparecchi nascosti di sorveglianza, come le cimici, deve essere autorizzata da un magistrato che le dichiari necessarie per un’indagine in corso. Dunque in casi singoli e singolari. Che non sembra il caso di Pisa.
A ribellarsi sono stati i detenuti di una sezione giudiziaria, cioè di persone in attesa di giudizio, che avrebbero scoperto, e mostrato, un’esistenza diffusa delle microspie. Questo fa pensare a un’intenzione di controllo interno più che a un’indagine particolare. Intenzione, se così fosse, illegale. Non occorrerebbe ricordare che un’illegalità commessa dai realizzatori della legge è incomparabilmente più grave di una commessa da persone private, come il regista del TikTok, per giunta in una condizione di detenzione preventiva, di non colpevolezza. Oltre a mettere in mostra le cimici ritrovate, la “diretta”, tra grida di più lingue, ha mostrato anche le condizioni di vita, di igiene e di sanità (“Guardate come viviamo: nella merda!”).
Il carcere pisano, ancora ai miei tempi, ai tempi di un direttore sanitario come Francesco Ceraudo, vantava un Centro clinico penitenziario di eccellenza, che si era ampliato in spazi e macchinari preziosi e costosi, lasciati andare subito dopo in rovina. Dilapidazione estesa ad altri spazi e strutture, compresa la cosiddetta “aria grande”, che il contributo del comune pisano aveva fortemente incivilito. Dopo anni di vicissitudini simili a quelle di tante galere, di muri trasudanti e responsabili umani passanti e renitenti, con qualche parentesi ammirevole di buona volontà personale, le cronache di ieri fanno il nome di una direttrice, Alice Lazzarotto, e di una garante, Valentina Abu Awwad: due donne, si direbbe buonissimo segno. A ribellione finita, senza farsi male, dopo una “mediazione” conclusa con l’arresto e il trasferimento di quattro “capi”, tre albanesi e un latinoamericano, imputati di “rivolta”, e la denuncia di tre dozzine di altri partecipanti, i commenti unanimi di chi frequenta e conosce il carcere, a cominciare da volontarie e volontari, si stupiscono che la ribellione abbia tardato tanto ad avvenire.
C’è un’altra cosa di cui stupirsi. L’ennesimo ubriaco decreto sicurezza ha previsto dalla scorsa primavera il ricorso ad agenti “sotto copertura” in carcere. Infiltrati in incognito, per indagare (e, gli infortunii sul lavoro sono sempre in agguato, per provocare). I detenuti pisani - più di 300 per meno di 200 posti “teorici”, fra loro anche alcuni dei trasferiti da Sollicciano, Firenze, dove alcuni reparti sono stati chiusi dalla magistratura come invivibili se non per i topi - hanno scoperto microspie e telecamere al rientro da un improvviso e breve sgombero delle celle: il tempo per collocare i congegni. Geniale. Quanto ci metteranno i detenuti di qualsiasi disgraziato carcere italiano a smascherare un agente sotto copertura, o, peggio, a sospettare come tale qualcuno che non lo sia, e a reagire in modi ben più gravi che una parodia TikTok di rivolta a viso scoperto? Il carcere è criminogeno, e anche certi aspiranti carcerieri.