Il generale, degenerato e amareggiato

In principio era Garibaldi, leader per eccellenza, poi Amodei e De Gregori hanno cambiato musica. Oggi, dopo Vannacci, tocca a Luciano Garofano

1 OTT 26
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Foto ANSA

E’ incerto il sentimento italiano nei confronti della gerarchia militare. Il sergente (Rigoni Stern, Revelli) è spesso figura di fratello maggiore. Al grado, il gradino, più basso della considerazione, stavano i caporali: siamo uomini o. “Il povero soldato” è fuori concorso, è condannato a morte, lontan dalla consorte, vicino al colonnel… Egli non è furiere e certo morirà. Quando il mattin si sveglia per esser fucilato si butta per malato e dice che non può. (Questo era Cesare Pascarella, 1919). Il colonnello appunto, è la bestia nera, la prima fila del golpe, o una caricatura, alla fine promosso generale per limitare i danni. Il generale aveva una buona stampa perché era per eccellenza Garibaldi. Poi andò degenerando. Prima di De Gregori, era venuto il Raffaele di Amodei e (forse) Baraldi: “Mamma: dimmi è proprio male / impiccare un generale / uno solo a testa in giù / poi non chiedere di più”.
Dei generali contemporanei, “Non solo Vannacci”, fu già fatto un censimento scrupoloso su queste pagine. Ora è di nuovo il momento di Luciano Garofano, già generale dei carabinieri a capo del Ris di Parma, candidato non eletto della destra al Parlamento europeo, congedato e “amareggiato”, come ricordano sempre le cronache. Il primo conforto all’amarezza lo cercò venendo a Trapani, dove si celebrava il processo ai mafiosi imputati dell’omicidio di Mauro Rostagno, come consulente della difesa.