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La laurea honoris causa di Sandro Luporini
Novantasei anni vissuti tra la pallacanestro d’eccellenza, la pittura, la scrittura in versi e in prosa, il teatro, la varia e generosa umanità. Un omaggio all'autore di Gaber durante la sua lezione sul dialogo e la comunicazione
29 SET 26

Sandro Luporini in un'immagine d'archivio (Foto dal canale YouTube dell'Università di Pisa)
Un sindaco di Castelnuovo Garfagnana, un ministero, un rettore, e il signor G. (Davide) della memorialistica pisana hanno fatto il colpo: Sandro Luporini si è prestato. Così l’ho abbracciato ieri, dopo un bel po’ di anni, e gli ho detto: “Fa una strana impressione, trovarsi insieme in Sapienza e non occuparla”. Lui era qui, a 96 anni davvero suonati, e cantati dipinti e pensati, a ricevere la laurea Honoris causa dell’università che frequentò solo parzialmente, in una delle sue vite che sembrava inclinare all’ingegneria. Le solenni autorità accademiche, i discorsi competenti e cordiali, e tante e tanti ad applaudire. Laurea in “Comunicazione, Media, Tecnologie” - nessuno è perfetto. Con lui si poteva scegliere, a stare anche solo alle vite più notorie, tra la pallacanestro d’eccellenza, la pittura, la scrittura in versi e in prosa, il teatro, la varia e generosa umanità. Potendo scegliere a mia volta, mi sono guadagnato il posto accanto a Giuseppe Bartolini, che, “avuto fuori dal matrimonio, alla fine dello svezzamento, era andato a stare da una zia di Sandro Luporini”, e di Sandro, nati, a distanza di otto anni, ambedue a Viareggio (circostanza rilevante), è il miglior amico e compagno di poetica e di quella varia generosa umanità. Ieri Sandro, assiso pazientemente al banco solenne dell’aula magna, somigliava un po’ al Michel Simon di Boudou salvato dalle acque, un po’ a Ezra Pound. Bartolini, alto smilzo e acuto, al più elegante degli spadaccini. Di uno si immagina una finestra su un mare, dell’altro su tetti e piante di orto botanico, spiaggia e piazza dei miracoli. E’ una meravigliosa idea che muoia giovane chi è caro agli dèi, ma anche la vecchiezza meritata e comunque sopportata ha sopra di sé un occhio di riguardo. Luporini ha composto la sua lezione magistrale, letta di cuore da sua figlia Valentina (che avrà vent’anni nel 2019... “Lei si sta muovendo nel suo letto sta giocando col suo piede / poi all’improvviso sorride. / Quasi indifferente mi avvicino per spiare il suo stupore / senza neanche farmi vedere da lei. / Ora lei mi guarda ha un’espressione spaventata e in un momento / scoppia in un accesso di pianto. / lo la prendo in braccio, / l’accarezzo dico qualche frase a caso / torna già il sorriso sul viso di lei”). La lezione parla delle variazioni di comunicazione, conversazione, dialogo, dubbio, e “comunismo dei pensieri”, in cui si finisce per non sapere più che cosa è tuo e che cosa mio, e lì sta il bello. Non occorreva nominarlo, Giorgio Gaber, per capire a chi era dedicata. “Diventavamo quasi una sola persona”. Non è bella la parola “paroliere”, e nel caso dei più di trent’anni di simbiosi artistica e morale fra Sandro e Giorgio la musica era musica e il testo, canzoni e monologhi, davvero di ambedue, benché toccasse più spesso a Sandro la prima mossa. “Sono un po’ più grafomane di lui. Il divo era lui”. Nel nome “paroliere” c’è qualcosa di ingiustamente gregario, e le parole diventano di chi le canta e le dice: ma c’entra anche qualcosa di Cyrano. Sandro è stato un Cyrano di naso altrui.
La tentazione, a un bilancio provvisorio ma avanzato come quello di ieri, è di ripercorrere cronologicamente le avventure del teatro canzone, e farne un promemoria dei mutamenti di aspettative, delusioni, slanci, ricadute, scoperte, ipocrisie: non ne ho il tempo né la voglia, mi piace che nella memoria sentimenti e pensieri si mescolino e si confondano, dal punto oltre l’orizzonte cui siamo arrivati. Non è più il momento, E’ sempre il momento... Del resto “mi fa male il mondo”, e il mondo non ci ha mai fatto così male.
Allora. Ho una mia breve classifica. In cima c’è “Gildo”, 1981. “La notte, il cuore è gonfio la notte / E i lamenti dei malati riempiono le stanze / Ma stranamente il giorno dopo prima che arrivino i parenti / Si fa un poco di ironia persino sui lamenti / E il letto accanto al mio con dentro un uomo grosso e un po’ volgare / Diventa una presenza singolare. / “Gildo, come faccio, mi vergogno, dovrei andare” / E Gildo, il grosso Gildo, mi insegna da sdraiato come devo fare / E intanto a pochi metri di distanza si fatica a respirare / ... Gildo io vorrei che all’insaputa delle suore / e Gildo il grosso Gildo mi passa di nascosto / qualche cosa da mangiare / e intanto a pochi metri di distanza / un uomo muore. ... / Gildo mi dispiace son guarito devo andare / e Gildo che naturalmente mai più nella mia vita / ci avrò il gusto di incontrare / nasconde questa volta con vergogna / il suo dolore. ... / e il cielo era azzurrino e c’era un po’ di brezza / e stranamente un senso d’amore / che non so dire”.