Afragola, la bellezza di una cattedrale nel deserto

La stazione bianca di Zaha Hadid rapisce lo sguardo del viaggiatore di passaggio. Manca però una menzione per tutti coloro che hanno reso possibile la complessa realizzazione

23 SET 26
Immagine di Afragola, la bellezza di una cattedrale nel deserto

Foto ANSA

Sono andato a Napoli parecchie volte – mai abbastanza. Negli ultimi anni, guardando con impazienza fuori dal finestrino alla fermata segnalata dal cartello con su scritto Afragola. (Afragola è del resto un nome straordinariamente poetico. Afragola, dolcissima Afragola. Dell’etimologia non si è venuti a capo, e intanto si sono messe nello stemma quattro fragole rosse). Dunque guardavo dal finestrino impaziente che il treno ripartisse alla volta di Napoli centrale. E non vedevo niente. Questa volta, passati dintorni non proprio ridenti, ho preso il treno ad Afragola, e ho visto fuori e dentro la stazione bianca di Zaha Hadid (1950-2016), progettata nel 2003, finita nel 2017, famosa per chiunque tranne che per la mia distratta ignoranza: e ne sono stato soggiogato. Un ponte, un serpente, un treno in corsa… Non sono in grado di valutare quanto e come sia funzionale alla sua destinazione (“cattedrale nel deserto”, è una sentenza diffusa), l’impressione è che ecceda ogni proporzione salvo quelle del Somma e del Vesuvio. Si è presa lo spazio. Stazioni e aeroporti sono diventati luoghi in cui dimenticarsi di trovare una panca sulla quale posare, qui si è contenti di avere da aspettare, come in una cattedrale. Noi abbiamo rovesciato il senso delle parole, abbiamo chiamato cattedrali nel deserto i nostri manufatti più screanzati, specialmente nel meridione. E un’impresa grandiosa, anche quando riesca a farsi leggera di aria e di luce, la chiamiamo faraonica, benché a distanza di millenni continuiamo a imbarcarci alla volta delle piramidi. Abbiamo in mente, come un ammonimento, la poesia di Brecht: “Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? / Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. / Sono stati i re a trascinarli, quei blocchi di pietra?… Cesare sconfisse i Galli. / Non aveva con sé nemmeno un cuoco?…”.
Ora, ho trovato le sigle dei consorzi che hanno avuto l’incarico della realizzazione dell’opera, “impresa non facile, dovendo coniugare un concept architettonico avveniristico alla forza materica del calcestruzzo”, e ho trovato perfino una fotografia dell’ingegnere direttore del cantiere, con una bella faccia cordiale. Ma non sono riuscito a trovare niente che riguardasse, come nella poesia, gli operai del calcestruzzo, del vetro, dei metalli, i tecnici, i cuochi, da dove venivano, le migliaia di persone che il populismo di Brecht intimava di ricordare, per 20 mila metri quadri, 5 mila di vetrata – parecchi di loro si saranno anche fatti male, in tanti anni. Forse c’è una targa da qualche parte. Nella colossale magnifica fotografia aerea dei lavori in corso, una gigantesca autopsia meccanica, per quanto ingrandisca non rintraccio anima viva. Mi scuso per la pedanteria retorica, ma non costerebbe niente.