L’isola del tesoro di Oriana. Autobiografia di una famiglia di contastorie

Lei era al centro, gli altri satelliti ma non rassegnati. Il racconto di Antonio Perazzi, nipote prediletto

16 SET 26
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Foto ANSA

Ieri il funerale di Emma a Roma e la cerimonia per Oriana al Cimitero agli Allori, fra le Due Strade e il Galluzzo, a dieci minuti da casa mia. Emma Bonino e Oriana Fallaci si sono fortuitamente accostate, in morte di Emma e a vent’anni dalla morte di Oriana, e in memoria della forsennata dedizione al fumo. Altre cose a dividerle. Emma andò a studiare arabo, in un mondo piccolo in cui ancora “parlare arabo” voleva dire non sapere o non voler farsi capire. Oriana finì con la sfuriata. Emma si concedeva, ma raramente, qualche ironia, Oriana mai, avrebbe tradito la solennità militante, militare, del proprio impegno. Il proprio orgoglio di staffetta. Emma appena ruvida e scontrosa – chi non l’avesse apprivoisée con una rosa rossa. Oriana “capace di amare o essere aggressiva con la stessa intensità, passando da un estremo all’altro con una velocità stupefacente. Erano tali gli sbalzi di umore che a volte sembrava non avesse freni inibitori nei confronti di niente e nessuno; invece ne aveva, eccome. Erano gli ideali per i quali era pronta a combattere in qualsiasi momento senza paura”.
L’una e l’altra sono state terribilmente esigenti quanto all’uso degno della propria vita. In vita e soprattutto dopo hanno attirato il plebiscito dell’imbecillità contenta di sé. Si può passare dai sepolcri e lasciarci un fiore; oppure toglierlo e buttarlo via, a piacere. Di Emma sono stato amico, parola importante, per più di mezzo secolo, so chi era. Oriana la incrociai in qualche occasione, non abbastanza. Di lei ho trovato il racconto più sorprendentemente franco e affettuoso nel paesaggio di famiglia disegnato da Antonio Perazzi per Sellerio, “La Repubblica autonoma di Piuca. Autobiografia di famiglia in giardino” (2026, pp. 270, 15 euro). Antonio P., 1959, è un illustre botanico e paesaggista, ed è figlio di Paola, una delle tre sorelle Fallaci, con Neera e Oriana, la maggiore e la tiranna. Lei era al centro della famiglia, gli altri satelliti – ma non rassegnati. “Tra le tre sorelle la voglia di litigare era considerata quasi un vezzo”. Anche il Chianti della Repubblica di Piuca, l’isola del tesoro della famiglia, è vicino a casa mia, gli stessi odori. La figura umana principale, ma discreta, è quella del nonno, Edoardo (1904-1988), il padre delle tre sorelle, valoroso partigiano di Giustizia e Libertà, torturato a Villa Triste, guida del bambino alla vita nei boschi. Antonio che è, quanto all’affetto, il beniamino di Oriana, è l’erede del lascito più prezioso di una famiglia di contastorie, ritrasmesse ai cinque figli suoi e della sua Benedetta. La più brava a raccontare, inventando favole o trasformando favolosamente o romanzando le storie vissute, era naturalmente Oriana, come in una notte a New York, in cui racconta scorbuticamente, lamentando il tempo rubato alla sua scrittura, imprecando contro le interruzioni cretine del piccolo ascoltatore, ma senza togliergli mai la mano dalla schiena, una storia drammatica di Vietnam e Cambogia, fino a intimargli di dormire e non disturbare più: “Quando scrivo non posso sentire neanche un sospiro”. Storie altrettanto belle vengono al bambino dalle altre donne di famiglia – quel nonno a parte, sono tutte donne – e la più bella è una lunga lettera di sua madre, Paola, prima che le si annebbiassero i pensieri e le parole. Oriana, che voleva far da padrona ma doveva scappare inseguita dal grosso papero che voleva beccarla e da Neera manesca. Neera che si innamorerà di don Milani e di Barbiana, e ne scriverà “Dalla parte dell’ultimo”, e diventerà la madre adottiva di un’altra piccola giardiniera.
Il bambino selvatico gode anche, al seguito della zia più celebre e prepotente, di incontri memorabili, Brunella Gasperini e i suoi animali, Emilio Tadini e la sua Valsesia, Tullio Pericoli e i suoi funghi, Alekos Panagulis e le sue pipe, Gabriel García Márquez e Fidel Castro a Cuba, per una delle rare interviste mancate di Oriana. E un volo di ritorno da New York a Milano con la zia – guai chiamarla zia! – in business e il nipotino in economica, con il suo borsone riempito con un AK-47, ricordo d’Indocina che Oriana vuole riportarsi in Italia contando sull’intimidazione agli impiegati dell’Alitalia e sull’insospettabilità di un bambino di dieci anni col passaporto attaccato al collo. “Oriana serpigna: come il giaggiolo serpigno, un po’ dispettoso ma robusto, e che se la cava in ogni circostanza”.
L’isola del tesoro, sul serio: un giorno il bambino di otto anni si accorge da un buco di serratura che sua mamma aiuta Oriana a stipare di nascosto dentro un baule una quantità di buste e pacchetti. Scoperto, è condannato senza remissione, Oriana non sopporta d’essere spiata e che si violino i suoi segreti, e il nipotino e sua madre, che prende le sue difese, vengono messi al bando, cose da pazzi, dalla casa e dalla campagna di famiglia: la cacciata dal giardino, l’esilio che durerà anni trascorsi a Milano, benché non in eterno, e poi tuttavia casa e podere saranno lasciati a lui e ai suoi figli, tutti giardinieri. E la cassa sepolta – nella radice di un ulivo secolare, come il letto nuziale di Ulisse e Penelope – tornerà fuori, col tesoro dei cimeli e dei ricordi più cari a Oriana, ma del modo del ritrovamento e del contenuto lascio che leggiate da voi.