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Il codice della vendetta: offesi che avranno un conto da saldare
Terrore, terrorismo, sono diventate parole buone a tutto, e anche la vendetta. Ma una delle accezioni della vendetta, la più pregnante, riguarda la scelta di chi non ha altre risorse e non vede nel proprio orizzonte una prospettiva di giustizia
15 SET 26

(Folo La Presse)
Ogni tanto sono d’accordo con Lucio Caracciolo, per esempio quando dice che la risposta statunitense all’11 settembre 2001 si ispirò alla vendetta, come quella israeliana al 7 ottobre 2023. Del resto non fa che constatare la consumazione dell’errore dal quale Joe Biden aveva messo in guardia il governo israeliano, di ripetere gli errori della risposta americana all’11 settembre. “Non lasciate che la vostra rabbia vi consumi… Anche la perdita di vite palestinesi conta”. Quell’avvertimento era pronunciato il 17 ottobre, appena dieci giorni dopo, i primi spiccioli.
Terrore, terrorismo, sono diventate parole buone a tutto, e anche la vendetta. Ma una delle accezioni della vendetta, la più pregnante, riguarda la scelta di chi non ha altre risorse e non vede nel proprio orizzonte una prospettiva di giustizia. La vendetta, anche quando non era diventata deliberatamente suicida – il terrore delle e dei “kamikaze” – era la risposta disperata e obbligata dell’onore offeso. Si chiamava così, nella Corsica o in Cecenia. Il terrorismo può essere una strategia di organizzazioni abbastanza potenti e ambiziose da mirare alla conquista del potere, o la pratica di gruppi e persone che obbediscano al codice della vendetta e vi cerchino un risarcimento morale. Fu così per il terrorismo armeno che si chiamò della “Nemesi” al genocidio turco del 1915.
Sto rileggendo il Segev del “Settimo milione”, c’è il capitolo intitolato ai “Sei milioni di tedeschi”. Tratta di Abba Kovner, superstite della Shoah, a 27 anni, già insorto del ghetto di Vilnius e combattente della Resistenza, poeta. Si mise insieme a una cellula intitolata “Nakam”, Vendetta, cinque giovani sopravvissuti come lui, col programma strenuo di “avvelenare gli acquedotti di diverse grandi città tedesche per uccidere sei milioni di tedeschi”. Fallirono, ci furono dei contrattempi. Naturalmente i contrattempi non avvengono per caso, e molti anni dopo Kovner disse che qualunque persona normale avrebbe dovuto capire che il suo progetto era folle. Ma a quel tempo un funzionario dell’Agenzia ebraica in missione fra i sopravvissuti della Shoah in Europa aveva scritto: “E’ il desiderio di vendetta che li tiene in vita”.
Del terrorismo come strategia il caso principale è stato – ed è ancora, in Africa, in Asia – il Daesh, lo Stato Islamico, che riuscì davvero a farsi Stato, Califfato, e a tenere in scacco ferocemente per anni la più stentorea e frustrata alleanza internazionale. Prima, e soprattutto fra la fine degli anni 60 e gli 80 del Novecento a occupare la scena fu il terrorismo palestinese e la sua sequela di fazioni concorrenti o rivali: l’Europa, e l’Italia – noi al riparo parziale del “Lodo Moro” e del colonnello Giovannone… - furono un teatro essenziale delle loro operazioni.
Ai nostri giorni ci si interroga sull’ispirazione degli atti terroristici compiuti pressoché solo con mezzi di fortuna, auto che investono, coltelli, accette, e da autori “lupi solitari” con un curriculum psichiatrico. Sarebbe più ragionevole interrogarsi sulla scarsezza di attività terroristiche ispirate alla vendetta, di individui o di gruppi organizzati. L’antisemitismo, certo: si è galvanizzato, lo si è galvanizzato, e tuttavia. Gaza: ha fatto migliaia di orfani che un giorno, si dice, avranno un conto da saldare. Intanto, benché la diaspora palestinese sia larga e radicata, e ricca di rapporti coi cittadini dei paesi ospitanti, la rabbia e lo spirito della vendetta sembrano decisamente tenuti a bada. Non so bene che cosa significhi: certo la sensazione di aver guadagnato una forza di solidarietà e di mobilitazione che offre una prospettiva, e che il terrore insidierebbe. E anche, forse, che una leadership di questa forza internazionale, per variegata ed estemporanea che sia, ha una capacità di controllo delle sue manifestazioni.
Penso che in generale uno stupore sulla limitatezza di un “terrorismo” degli offesi e della vendetta sia largamente fondato. D’altra parte, immaginiamo che cosa diverrebbe l’Ucraina se fosse davvero sconfitta e asservita al dominio russo. L’irredentismo armato, e anche “terrorista”, ucraino, e antirusso – che allora voleva dire antisovietico – durò anni dopo la fine della Seconda guerra, fin molto avanti negli anni 50.
E visto che ci siamo, immaginiamo gli umani della terra intera, a cominciare da noi, che da tre o quattro giorni si sentono avvertire che una Superintelligenza artificiale possa prendere il sopravvento e sbarazzarsi dell’incidente del genere umano. Vendicarsene, come il servo addestrato del proprio arrogante e sventato padrone. E che possa farlo, diciamo, più o meno fra un semestre. Un ultimo gradino, nella scala superba del progresso della scienza, della tecnica, dell’algoritmo, che renda superfluo il genere umano, 8,3 miliardi, in un colpo solo. Immaginiamo che qualcuno se ne convinca, che abbia figli, nipoti, e antenati anche, e veda senza tregua in televisione e sul telefono i responsabili delle meraviglie della tecnologia, ne veda facce, risate, mogli, patrimoni, feste e convegni – responsabili altresì più o meno diretti del resto, il caldo che ha appena fatto e Gaza e l’Ucraina e gli Stretti…: prenderà commiato da questo pianeta che fu il suo senza colpo ferire? Un colpo inutile, sia pure, nient’altro che una vendetta? Un modesto, devoto luddismo?