Il grande amico Andrea Angeli

È morto “Il peacekeeper” per eccellenza, il portavoce di qualunque missione internazionale, Onu, Ue, Osce, Cooperazione, Nato..., quello che i giornalisti, i militari, i diplomatici, di ogni ordine e grado, chiamavano orgogliosi e gelosi “uno di noi”
3 SET 26
Ultimo aggiornamento: 13:10
Immagine di Il grande amico Andrea Angeli

Andrea Angeli (foto Ansa)

C’è quell’espressione, “Il mio miglior amico”, che va bene quando si è ragazzi, a rotazione, ed è meglio evitarla da adulti, fa torto a qualcuno, a qualcuna. E’ bellissima l’altra, “Il grande amico”. Il grande amico si può condividere senza perdere niente della sua fedeltà, del proprio affetto per lui. Uso il maschile, perché scrivo di me e di tantissimi e tantissime come me, e la nostra amicizia con Andrea Angeli. “Il peacekeeper” per eccellenza, il portavoce di qualunque missione internazionale, Onu, Ue, Osce, Cooperazione, Nato..., quello che i giornalisti, i militari, i diplomatici, di ogni ordine e grado, chiamavano orgogliosi e gelosi “uno di noi”. E così le persone, donne uomini e bambini, nelle città assediate, nei paesi bombardati, nei luoghi umiliati e affamati. Sapeva scegliere: grazie a lui ho saputo che gran persona fosse Sérgio Vieira de Mello. I suoi libri sono altrettanti riconoscimenti alle persone che hanno meritato dalla vita, e sobri disconoscimenti di altre.
Andrea era cordiale senza smancerie, indaffarato, audace, impeccabile. Veniva a prenderci all’aeroporto di Sarajevo e ci portava lungo il Viale dei Cecchini, stava attento agli spari e alle granate, e intanto spiegava quello che c’era da sapere. Ho visto ora che aveva 69 anni. Non mi ero mai chiesto quanti anni avesse. Sembrava illeso dal tempo. Ho trovato una vecchia cronaca che lo definiva “azzimato”: la gente beve. Era elegante, snello, curato. Era in qualunque punto del mondo e d’improvviso ti veniva davanti, senza annunciarsi. Tavarnuzze gli era diventata familiare, e a me Macerata: Matteo Ricci - quello, sì - e Mauro Montali, Guido Picchio... Arrivava da me in bicicletta, magari, da Roma, e avrebbe continuato la mattina dopo per le Dolomiti. O in auto, la R4 da strapazzo, per portarsi dietro una sacca da tennis o un paio di sci, il tempo di mezzo weekend prima di tornare a Nassiriya. Capuozzo ha ricordato un ritorno dalla Bosnia, Andrea alla guida, lui a tenere con la mano il tettuccio della Cinquecento, allora, perché non volasse via. Chissà quanti piangono a Sarajevo, dove impararono bene per chi piangere.
Scorro i nostri messaggi, anni di messaggi, lui da qualunque punto del mondo, il mondo offeso. Ora rimpiango il messaggio più familiare.
Lui: “Sei a casa stasera?“
Io: “Buonasera. No, sarò a San Casciano con ospiti norvegesi. Come mai sei a Firenze?“
Lui: “Domattina vado a prendere due amiche peruviane in aeroporto e le accompagno a Lucca. Pensavo di dormire all’uscita autostradale Incisa, dove arriverò a breve, ma se per caso ti serve passaggio auto dopocena da San Casciano a Tavarnuzze vengo a prenderti”.
E uno così, il Grande Amico, è morto solo, in una casa vuota.