Passare la domenica con un amico ricco

Ha case, castelli, campi, vigne e una inaspettata copia dell’Elena di Euripide nell’edizione della Fondazione Valla, a cura di Barbara Castiglioni. Anche lui non ha saputo dire come fosse capitata là

1 SET 26
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Foto di Anton Sulsky su Unsplash

Ho trascorso la domenica con un mio amico ricco. Molto ricco, parecchio amico. Non ci sono problemi fra noi, come con persone benestanti. I benestanti imbarazzano, sono imbarazzati. Lui è ricco, ha case, castelli, chiese anche, e campi e vigne e l’aereo. Non gli invidio la sua ricchezza, lui non invidia la mia quieta indigenza. Fra i suoi possedimenti – dunque: non c’è parola più brutta che “possesso”, “possedere”, “possidente”. Benché la proprietà sia un furto, il possesso è molto peggio. Non a caso lo si è voluto impiegare anche per “possedere” una donna. Allora, nel suo patrimonio (di nuovo, parola discutibile, ma bisogna andare avanti) figurano anche cinque asini, di taglia più grande del solito, con una caratteristica elegantissima stria più scura dalla pancia alla groppa, e musi e occhi bellissimi. Siamo stati con loro, io vado pazzo per gli asini, questi sono affettuosi, urtano coi musi per chiedere qualcosa da mangiare o di essere grattati sulla fronte. Hanno un magnifico caprone a far loro compagnia, dev’essere una specie di antilope con le corna attorcigliate, è rifugiato presso i somari perché nel suo gregge un rivale implacabile gli aveva quasi cavato un occhio, qui fa da mascotte. Le visite ai ciuchi finiscono prima che io o loro ce ne siamo stancati, e infatti si addossano al recinto e tengono uno sguardo pieno di rimprovero e di nostalgia. C’è un proverbio qui in Toscana, dice: “Far di’ bene a’ ciuchi… si riceve le pedate!” Non è vero. Siamo andati alla fattoria, abbiamo pranzato.
Il mio amico è andato a riposare un po’, mi ha lasciato con una quantità di passatempi a disposizione. Anche un biliardo, un biliardino, un juke-box, un televisore vasto, dei cesti di frutta fresca e secca e tre cani di casa, madre e figli. Ho frugato in uno scaffale e ho trovato una inaspettata copia dell’Elena di Euripide nell’edizione della Fondazione Valla, a cura di Barbara Castiglioni. Anche il padrone di casa poi non ha saputo dirmi come fosse capitata là. Ha dormito abbastanza da lasciarrmela leggere tutta. Sapete, o magari no: Elena viene mandata dagli dèi in Egitto, sotto la protezione del re Proteo, e al suo posto va a Troia con Paride un suo ologramma, diremmo oggi, un suo facsimile fatto di aria. Menelao che l’ha ripresa, malfamata com’è, lussuriosa e traditrice, dopo la disfatta di Troia, finisce per castigo in Egitto come uno straccione – come Ulisse a Itaca – e là incontra Elena, quella in carne e ossa, per di più incolpevole e fedele, e non sa capacitarsi di averne due, finché gli dei non si riprendono il fantasma della Elena d’aria e lui e la vera riescono rocambolescamente a sfuggire alla minaccia del figlio di Proteo, che vorrebbe impalmare lui Elena, la cui colpa è di essere troppo bella. La morale, una delle morali, la dice il servo di Menelao che, rassicurato che l’altra Elena era solo un fantasma, fatta d’aria, una nuvolaglia, esclama, quasi disperato: Allora tutto quanto, tutta la guerra di Troia e tutti i morti e tutto, è stato per una nuvola?
Ed eravamo appena al pomeriggio di domenica.