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Il colpo di cannone nella “Montagna magica” di Mann, inizio o fine di un sogno
La chiave di lettura suggerita da Luca Crescenzi potrebbe sembrare temeraria, ma lui in primo rifiuterebbe questa definizione e direbbe che è lo stesso autore a rivendicarla

Foto ANSA
Scrivo di un tema che esige ben altra conoscenza e prontezza di riflessi, e riguarda Thomas Mann e “La montagna magica”, già “Incantata”. Riguarda, più esattamente, l’interpretazione che ne dà Luca Crescenzi (1961), principale studioso ed editore di Mann in Italia – e fuori, dove è stato il primo non tedesco premiato, nel 2017, con la Medaglia assegnata dalla Thomas Mann Gesellschaft. Nell’incontro cadorino di Costalta a cui ho partecipato, Crescenzi ha parlato appunto de “La montagna di Thomas Mann”: una circostanza attraente, perché sembrava rifare al contrario il percorso di Hans Castorp, lui sceso dal Berghof senza tempo alle terre basse in cui scoppiava la guerra, Crescenzi salendo da una pianura internazionale flagellata di guerre a un’altura ancora, e speriamo a lungo, illesa. Chi sia stato affascinato da una simile attualità si è accorto che la questione è più complicata di così. Perché l’interpretazione di Crescenzi – esposta già nettamente e audacemente nell’introduzione al romanzo per i Meridiani, nella traduzione di Renata Colorni, 2011, e poi più volte ripresa – ridotta banalmente da me al suo osso – trasforma la stessa salita del giovane Castorp al sanatorio di Davos in una discesa. E lo fa nel modo più imprevedibile e insieme semplice, spiegando che tutto il gran romanzo è un sogno del protagonista soldato, svegliato da un tuono di artiglieria. “L’intera Montagna magica non è che un sogno, il sogno del soldato Hans Castorp nell’infuriare della guerra”. E come spesso nei sogni, la circostanza che sta alla loro origine – il colpo di cannone – e sembra guidarne lo svolgimento, è invece il punto di arrivo, che nel sogno si è svolto a ritroso (al centro sta il famoso sogno di Hans sepolto nella tormenta di neve, dal quale esce pronunciando il suo Sì alla vita).
A questo punto avrete forse già protestato: un’interpretazione come questa non è audace, è temeraria! Crescenzi però protesterebbe, immagino, anche solo a sentirsi definire audace. L’interpretazione, argomenta, non è sua, ma dello stesso Mann, che in molte occasioni, più o meno implicitamente o scopertamente, la rivendica. Descrivendo quel meccanismo onirico, Nietzsche aveva scritto che nel sogno, “a una determinata sensazione dovuta, per esempio, a un lontano colpo di cannone, viene attribuita una causa (spesso un intero romanzetto) in cui appunto colui che sogna è il personaggio principale”. E “romanzetto”, “kleine Roman”, Mann chiamerà la sua Montagna. Tralascio qui necessariamente i numerosi passaggi che rafforzano la proposta di Crescenzi, riservandomi di suggerire altri luoghi in cui leggerla, più facilmente accessibili del Meridiano. Aggiungo però che per argomentarla Crescenzi deve, quanto e molto più che abbiano fatto altri, sostenere che Mann scriveva il suo “Zauberberg” dopo aver letto largamente Freud e facendone strettamente tesoro, benché negasse di averlo letto entro le date di composizione del romanzo. “I sogni che costellano la permanenza di Hans Castorp al Berghof sembrano scritti usando ‘L’interpretazione dei sogni’ come un manuale”. Quasi un trapasso, se le cose stanno così, dalla casistica psicoanalitica al caso singolare del romanzo, dall’“Interpretazione dei sogni” all’Interpretazione del sogno.
Parlando nel 1942 della “Montagna”, che era uscita nel ’24, Mann tornava su quel meccanismo onirico: “Così, secondo la cronologia poetica, il colpo di tuono che segna lo scoppio della guerra del 1914 sta a epilogo della ‘Montagna incantata’, mentre in verità si collocava al suo inizio ed era all’origine di tutti i suoi sogni”. Crescenzi commenta: “Qui non c’è più alcun dubbio: il riferimento al ragionamento nietzscheano è troppo preciso per essere casuale e il romanzo è scopertamente descritto come una catena di sogni”.
E’ inteso che occorra guardarsi dall’eccesso di realismo: come avrebbe potuto Mann, che aveva cominciato il libro quando la guerra non c’era, usare come punto di avvio il finale di Hans sul campo di battaglia. A questo punto nominerei piuttosto le due – non obiezioni, che non posso permettermi – ma esitazioni, rispetto alla appassionata tesi di Crescenzi, al di là della controversia ancora vivace circa il grado di dipendenza di Mann da Freud. La prima è che, nel passo qui sopra citato, Mann precisa: “Secondo la cronologia poetica”, che anche lei è irrispettosa della cronologia reale. La seconda riguarda l’altra espressione: “... all’origine di tutti i suoi sogni”, che sembrano altra cosa dall’unico grande sogno. Tant’è vero che il commento di Crescenzi traduce nel romanzo “descritto come una catena di sogni”. Una catena, non uno (succede per la visione dantesca della Commedia, immaginata anch’essa come un sogno, o come una catena di sogni, soprattutto nel Purgatorio, dove giorno e notte si alternano).
Mann, ricorda Crescenzi, ha insistito più volte, come nella introduzione al romanzo “d’iniziazione” per gli studenti di Princeton, sul fatto che “‘La montagna magica’ debba essere letta due volte”. E commenta: “Se si vuol prendere sul serio questo invito bisogna supporre che una volta giunto alla fine il lettore scopra qualcosa che lo costringe a rileggere in chiave del tutto diversa gli avvenimenti narrati. /…/ Solo una volta giunti alla fine, gli eventi, che erano apparsi reali, svelano il loro carattere simbolico”.
Mann aveva presentato il giovane prossimo protagonista come “condotto attraverso gli opposti spirituali… di umanità e romanticismo”. In conclusione, Crescenzi non manca di domandarsi quello che i suoi, lettori e lettrici, stanno per domandargli: “Perché fare della storia di Hans Castorp un sogno?”. “Era stata la massima aspirazione del romanzo romantico – alla cui tradizione Mann si sente legato – quella di favorire la nascita di un’umanità capace di dare forma cosciente ai suoi sogni, di vivere, come aveva scritto Novalis, nell’indissolubile unità di sonno e veglia. La crescita di Hans Castorp avviene nel segreto del suo inconscio; ma è questa l’unica dimensione degna di rappresentazione per lo scrittore del nuovo umanesimo romantico”.
(Ho una postilla estranea, di attualità e dunque triste, che muove da un articolo di Marino Freschi del novembre 2024, per Doppiozero. “Proprio in Italia nel Cimitero monumentale germanico della Futa, dove sono sepolti 30.683 soldati tedeschi (tutti fratelli minori di Hans Castorp) caduti sulla Linea Gotica nel 1944-1945, da alcune estati la Compagnia teatrale Archiviozeta di Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni mette in scena ‘La Montagna Incantata’. Ambientazione suggestiva, sobria e perciò commovente, perfetta per quel ‘Weltfest des Todes’, per quella ’Festa universale della morte’ con cui si chiude il romanzo nell’attesa improbabile, ma non impossibile, che possa ‘affiorare l’amore’: questa l’ultima parola del romanzo”. Bisogna aggiornarlo. Quest’anno Archiviozeta metteva in scena “Il processo” di Kafka, ed è arrivata, dopo 23 anni, la decisione dell’Associazione tedesca che gestisce i cimiteri di guerra di vietare lo spazio. L’ultima rappresentazione è avvenuta domenica scorsa, 23 agosto. La compagnia non usava microfoni né luce elettrica. Domenica, incontro al tramonto, ha recitato la parabola “Davanti alla legge”. Molte sono state le richieste rivolte all’ambasciata tedesca, a partire dalle regioni Toscana ed Emilia-Romagna, di ripensare al provvedimento.