Un ricordo di Alessandra Ginzburg che passeggia sul Lungotevere

Quella volta che la psicanalista, allora liceale, recitò fino alla fine il Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale

15 AGO 26
Immagine di Un ricordo di Alessandra Ginzburg che passeggia sul Lungotevere

Foto ANSA

Alessandra Ginzburg è morta l’11 agosto, è stata un’educatrice, una psicoanalista e una studiosa di letteratura. L’ho conosciuta quando avevo quasi sedici anni, e lei quasi quindici. Eravamo allo stesso liceo romano, il Virgilio. E’ di qua dal Tevere, di fronte a Regina Coeli, dove Leone, suo padre, era stato ucciso. Erano alunni del Virgilio anche i suoi fratelli maggiori, Carlo e Andrea, e fra poco la mia sorella minore, Stella. Alessandra e io non eravamo nella stessa sezione, ma ci capitò di fare amicizia, la scuola allora era un ambiente raccolto, le voci correvano. Mi introdusse in casa sua, conobbi allora Natalia, i cui scritti erano prediletti da mia madre. Più tardi avrei ritrovato Alessandra a Pisa, dove era venuta a vivere e a studiare, e infine, dopo una lunga interruzione, a Bologna, perché Carlo moriva, due mesi fa.
Avevo un debito con lei, rimasto chiaro nella mia memoria. Un giorno che passeggiavamo, all’uscita da scuola, sul tratto di Lungotevere che va a Ponte Sisto, Alessandra mi chiese se conoscessi il Montale di Meriggiare pallido e assorto: non lo conoscevo. Allora me lo recitò, fino alla fine, “E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Nella mia infanzia, e per molto tempo ancora, i muri coi cocci appuntiti di bottiglia erano dappertutto, e al confronto con la pubblicità criminale dei sistemi di antifurto di oggi sembrano belli e perduti. Ma quei versi, la vita una muraglia e in cima i cocci aguzzi di bottiglia, mi diedero una specie di entusiasmo. Sono contento di averglielo detto, quasi settant’anni dopo.