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Un tema poco o niente discusso riguardo al carcere
Nel ruolo di “educatori” penitenziari le donne sono in larga maggioranza, ma quelle detenute sono tra il 4 e il 5 per cento, contro il 95 e passa per cento di detenuti uomini. Ciascuno, ciascuna, può pensarci su
7 AGO 26

Foto Lapresse
Oggi voglio porre un problema poco o niente discusso riguardo al carcere, e che rimanda ben più che al carcere, all’intera società e al rapporto fra i sessi - di genere, se preferite chiamarlo così.
Com’è noto, il campo della dedizione al crimine e ai reati in generale è quello che registra la sproporzione più scandalosa fra uomini e donne. Le donne detenute sono tra il 4 e il 5 per cento, contro il 95 e passa per cento di detenuti uomini. (Dispute lessicali sono qui superflue, perché le galere si dividono in maschili e femminili, comprese le sezioni protette e i rarissimi reparti speciali per persone trans). Un divario tale che, come ho detto tante volte senza nessun compiacimento del paradosso, per riequilibrarlo un po’ bisogna o che gli uomini riducano drasticamente il numero dei loro delitti, o che le donne ne commettano molti di più - o le due cose insieme. Se le donne commettessero un numero maggiore di reati, e in particolare di reati gravi, quelli che portano in galera (oggi ci finiscono soprattutto per furto o droga o prostituzione) la società farebbe un passo avanti verso l’uguaglianza. Ed è degno di riflessione il fatto che la progressiva “emancipazione” femminile, la crescita relativa di donne nei diversi ruoli pubblici, non si traduca nell’aumento della criminalità femminile, la cui quota resta stabile e vuole apparire, per così dire, “fisiologica”, piuttosto che “culturale”. (Per esempio, le donne magistrate sono ormai da anni la maggioranza, più del 57 per cento, benché siano entrate in servizio solo nel 1965, e nei ruoli direttivi siano, in forte minoranza, una su quattro, ma ancora per poco, il tempo di lasciar morire di vecchiaia la tenace gerarchia ereditata; e la percentuale di donne nel ruolo di direttrici di carcere è cresciuta di molto: oggi sono 85 su 206 istituti penitenziari).
Ora, nel ruolo di “educatori” penitenziari (“funzionari giuridico-pedagogici“), che prevede un organico di 1036 persone e ne conta di fatto circa 930, e di psicologi, assistenti sociali e simili, le donne sono in larga maggioranza, superiore al 70 per cento. E nel novero dei volontari nel carcere, insegnanti, animatori culturali, assistenti alle famiglie eccetera, che sono circa 15 mila persone, le donne sono una maggioranza quasi altrettanto rilevante.
Una tale inversione fra la quota femminile di detenute e quella di operatrici è meritevole di attenzione; forse qualcuno, o piuttosto qualcuna, gliel’ha dedicata. Ma resta un altro dato da mettere in conto, quello sulla polizia penitenziaria, composta di circa 32 mila agenti. Fra i quali la quota di donne è tra il 10 e il 12 per cento. Analoga cioè, benché minore, alla sproporzione relativa fra detenuti e detenute.
Ciascuno, ciascuna, può pensarci su, fare le sue comparazioni con altri settori della vita pubblica e sociale, e tirare le sue conclusioni sullo stato di questo e del resto del mondo. Sulla guerra e la pace, e il pollo alla brace (Ennio Morricone, colonna sonora di Grazie zia, di Salvatore Samperi, 1968 - la zia era Lisa Gastoni).