Tutto è permesso: questo il segreto di una pace indistinguibile dalla guerra

Siccome è l’occasione che fa l’uomo pazzo, i capi delle potenze contemporanee si caratterizzano via via più affini nella sragionevolezza. Ma c’è del metodo nella pazzia

30 LUG 26
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Foto Lapresse

Una delle novità è la cancellazione del confine fra la guerra e la pace. Si correggerà di un accento: Guerra è pace, e soprattutto: Pace è guerra. Iran e Usa (e Israele) bombardano a piacimento, e fingono di distinguere fra giorni e notti che chiamano guerra, notti e giorni che chiamano tregua, e rinviano tutto all’imminente ritorno alla pace, e al pertinente Premio Nobel. Fino a poco fa, soprattutto in alcune regioni del pianeta che godevano del privilegio della pace per aver pagato carissima la propria dedizione alla guerra, non si immaginava che le piccole svolte quotidiane nell’andamento di negoziati di vario genere venissero giocate a suon di missili e droni e artiglierie. Nel vicino oriente è così, è diventato normale, ci facciamo l’abitudine. L’unico a reagire è il prezzo del petrolio e dei suoi derivati, e del resto è una delle spiegazioni di questo sconfinamento, cui le parole non si sono ancora adeguate.
Di questa situazione infame e paradossale, si osserva che alcuni capi di governi ne hanno bisogno per sopravvivere. Più vistosamente per Netanyahu, che addirittura le si affidava per sbrigare certe sue private pendenze penali. E’ così per Putin, che ha protratto l’emergenza della sua operazione speciale così a lungo da trovarsi la guerra in casa, e che teme tanto il contraccolpo di una sua fine ingloriosa e il ritorno di veterani estratti dalle galere (ha appena allargato la ripugnanza dei crimini che autorizzano ad arruolarsi) e viziati dalla ferocia del fronte. Lo stesso Zelensky, che comunque può far conto sulla protervia del nemico, affida alla durata una propria sopravvivenza politica all’indomani della guerra. Trump non fa che moltiplicare il ricorso alle armi, fino a rischiare di svuotare gli arsenali, per vantare il proprio record di pacificatore: in lui più esemplarmente il fatto della guerra e il discorso della pace coincidono, come in un pazzo. Siccome è l’occasione che fa l’uomo pazzo, i capi delle potenze contemporanee si caratterizzano via via più affini nella sragionevolezza. Kim Jong-un è interamente normalizzato, Putin gli sta chiedendo altri 30 mila soldati per l’Ucraina, gli starà allestendo in cambio un nuovo Suv.
Naturalmente c’è del metodo nella pazzia. Il segreto di questo stato misto di guerra e pace, di una guerra che non ritornerà più a una solida pace, sia pure in un’area limitata del mondo, e però di una pace che sta sull’orlo del precipizio nella guerra totale, il segreto di questo azzardo sta qui: che tutto è possibile, tutto è permesso. E nel nuovo pirotecnico orizzonte i problemi che incombevano sul mondo di prima sono di colpo accantonati. La Russia di Putin vive, male, di petrolio e gas e un po’ di agricoltura. La pace, anche quella piena di crepe fino al 24 febbraio del 2022, aveva in grembo la minaccia lenta ma inesorabile della conversione ecologica. Più esattamente: pace e conversione ecologica sono complementari, l’una non si dà senza l’altra. E rompere di colpo l’una, la pace, eclissa di colpo anche l’altra. La riduzione delle fonti fossili diventa un lusso impossibile, tutt’al più si ridislocano i fornitori. Il Green Deal europeo è sospeso fino a nuovo ordine. Il Regno Unito annuncia nuove trivellazioni di gas e petrolio del Mare del Nord. Del Trump petroliere si sa, e lo stato di guerra-è-pace gli concede una stazione di servizio in Venezuela – della Groenlandia si vedrà. Bruci la Castiglia, soffochi Bordeaux. Si continui a gettare miliardi senza fondo nell’Ilva di Taranto, senza poterla chiudere né aprire, o nella Tav, senza poter andare né avanti né indietro. In questa abolizione dello stato d’eccezione, nella sua normalizzazione – né guerra né pace, pace e guerra insieme – non solo i rapporti economici predatori, quelli che pregiudicano le generazioni future a vantaggio di una esigua minoranza della presente, ma l’insieme dei rapporti sociali e delle stesse relazioni private, vengono investiti dalla violenza: travolti gli argini, irriso il diritto internazionale e locale, premiata la brutalità. Non si saprebbe immaginare la dilatazione della legittima difesa fino all’incitamento a rincorrere due o tre tentati rapinatori nello spazio pubblico cittadino per ucciderli e infierire sui cadaveri, senza il contesto universale, senza l’Ucraina, senza il 7 ottobre e Gaza e il Libano e la Cisgiordania e l’Iran e i 30 mila annegati nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni – e il Sudan, anche se non si sappia nemmeno dov’è, il Sudan, e che abbia un suo sud, e più di 150 mila morti trucidati in tre anni. Per costoro, le avanguardie senza sepoltura, la rinuncia alla vecchia parola si è già consumata: nessuno avrà cuore di pregare che riposino in pace.