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Non per cinismo ci chiediamo che fine fanno gli uccelli nei cieli pieni di droni
Il racconto della micidiale “Kill Zone” fra Ucraina e Russia. In una fascia di una trentina di chilometri dove è invalsa la nuova condotta militare, che esclude l’impiego di truppe di terra, veicoli blindati e artiglieria, perché sarebbero preda immediata dei droni e dei congegni aerei senza pilota, e poco costosi
24 LUG 26

Foto LaPresse
Reuters aveva ieri un formidabile reportage, testo e video “interattivo”, sulla “Kill Zone” al fronte ucraino-russo. In una fascia di una trentina di chilometri lungo i 1.250 del fronte, è invalsa la nuova condotta militare, la quale esclude l’impiego di truppe di terra, veicoli blindati e artiglieria, perché sarebbero preda immediata dei droni e dei congegni aerei senza pilota, e poco costosi, che riempiono a migliaia il cielo. Un drone da poche migliaia di dollari può distruggere un tank che ne costi milioni. I cavi in fibra ottica trainati dai droni si stendono sul paesaggio come ragnatele. La presenza umana è ridotta a gruppi di uno o due o massimo tre soldati sepolti per mesi in buche scavate in profondità nel terreno – “tane di volpe” – così da sfuggire alla rilevazione del nemico, e dare indicazioni ai proprii sugli obiettivi cui mirare. Anche i rifornimenti, cibo o altro, e i soccorsi, sono portati da droni. Un soldato ucraino, Serhii Krynitskyi, ha raccontato alla Reuters di essere rimasto, solo, nella stessa buca “più di 300 giorni”. “I droni sono guidati da piloti che si nascondono nella zona di fuoco o appena oltre, e li pilotano utilizzando comandi simili a quelli dei videogiochi. Molti sono velivoli a visuale in prima persona (FPV), che consentono al pilota di vedere la scena dalla prospettiva del drone in tempo reale. Vengono controllati tramite segnali radio o attraverso lunghi cavi in fibra ottica ultrasottili che si estendono dietro i droni”. Naturalmente alla rete di droni offensivi corrisponde quella dei sistemi antidroni.
Il fronte è diventato così una vasta e micidiale “zona grigia”. Questa “Kill Zone”, per 15 chilometri da ciascun lato della linea di contatto, è sorvolata dallo spettatore – come me, che non ho mai guardato un videogioco, e ora ne ho fatto questa tremenda scorpacciata – con la stessa visuale di chi li manovra al fronte. Il servizio spiega di essersi avvalso della documentazione fornita dal versante ucraino, e fa i nomi delle formazioni militari coinvolte, mentre dal lato russo nessuna informazione viene fornita. Questo spiega come le operazioni descrivano essenzialmente i tentativi di avanzata russa e le risposte ucraine, cioè lo stallo che ormai da tempo segna la condizione sul fronte, nonostante la superiorità quantitativa russa, di uomini e di armamenti convenzionali. “L’alto dei cieli brulica di vari tipi di droni d’attacco – a fibra ottica, esplosivi, alati – a caccia di prede. Possono sganciare bombe o volare direttamente contro un bersaglio ed esplodere, in stile kamikaze”. “Tentando di avvicinarsi al territorio controllato dal nemico, squadre d’assalto russe composte da due o tre soldati si avventurano a piedi, in motocicletta o in quad, spesso sfruttando la nebbia o le cattive condizioni meteorologiche che riducono l’efficacia dei droni”: ma le migliaia di postazioni video rendono estremamente vulnerabile qualunque cosa si muova nella zona. Un soldato individuato da un drone ha pochissime possibilità di sopravvivere. Nemmeno le smisurate e profonde trincee scavate nelle fasi precedenti della guerra offrono un riparo.
I droni sono ormai responsabili della stragrande maggioranza di perdite umane da ambedue le parti. Il Center for Strategic & International Studies stima che circa due milioni di soldati, dall’inizio del 2022, siano stati uccisi, feriti o risultino dispersi, di cui 1,4 milioni russi.
Eccetera: guardate, se volete.
A quel punto, mi ero chiesto – me ne scuso, non è affatto un cedimento al cinismo quanto al prossimo umano – che cosa avvenga, in un cielo così gremito di voli e ronzii di droni, degli uccelli. Suppongo che non ne sia rimasto uno solo. Nemmeno un passero.
Il bellissimo, terribile reportage della Reuters non ne parla. Però riferisce la testimonianza di un ufficiale ucraino, della 414a Brigata di droni d’attacco chiamata “Gli uccelli di Madyar”. (Robert “Madyar” Brovdi, nato Robert Josypovych Brovdi, già imprenditore, è un famoso comandante militare. Arruolato volontario, “stanco di stare in trincea”, comprò a sue spese dei droni di ricognizione e ne accrebbe progressivamente numero e destinazioni. Nominato dopo Bakhmut Eroe dell’Ucraina, dal 2025 è a capo delle Forze dei Sistemi Senza Pilota dell’esercito ucraino).
Avreste due modi di nominare il cielo con un aggettivo, se rientrati dal cinema voleste emulare Omero: “pienodidroni”, o “vuotodiuccelli”.