La grazia non è affare di Nordio, ma le alternative al carcere invece sì

Il ministro ha avuto ottime occasioni per interrogarsi: sul senso del carcere. E intanto due suicidi in un giorno solo nella galera di Lucca

18 LUG 26
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Foto LaPresse

Non passa giorno senza che il ministro della Giustizia abbia una buona occasione. Le dilapida tutte, accidenti. Per esempio, nel carcere di Lucca, “il più sovraffollato d’Italia” (non so se sia proprio vero: in realtà ogni carcere è il più sovraffollato d’Italia) si sono suicidati due ospiti in un solo giorno. Tasso di affollamento di Lucca, piccola, dolce provincia italiana (ei mormorava, e non so che “Gentucca”, sentiv’io là, ov’el sentia la piaga, de la giustizia che lì si pilucca), 240 per cento, cioè nello spazio di una persona, un corpo umano, ce ne stanno due più il 40 per cento di una terza, sicché i due si sono ammazzati (uno del Bangladesh, 23 anni, uno marocchino, 35: remigrati definitivi) e il terzo, il 40 per cento, sopravvissuto, dovrà cercarsi almeno un compagno per entrare tutto intero nella statistica sui suicidi carcerari. Il ministro aveva dunque un’ennesima buona occasione per interrogarsi: sul senso del carcere (i due erano dentro per furto), sul senso dell’estate, sul senso della vita e della morte, compresa la sua, per chi suona la campana, invece di dire sciocchezze sulle migliaia di detenuti in meno che l’autunno porterà inesorabilmente, come le foglie cadute. Aveva un’altra occasione, invece di dire sciocchezze sull'avvio di una pratica di grazia per un condannato per omicidio plurimo di cui non si conosceranno ancora per qualche mese le motivazioni: di interrogarsi sul senso della galera per un uomo di 72 anni del quale si può ragionevolmente ritenere, nonostante quello che lui stesso dice di sé, che non si proponga di vendicarsi di qualche altro maldestro rapinatore inseguendolo e annientandolo al prossimo angolo di strada. La grazia non è affar suo, del ministro, come ha voluto ricordargli Mattarella, ma la questione della reclusione carceraria e del suo superamento e delle sue alternative già esistenti, quella sì. E se fosse stato mentalmente e sentimentalmente in forma, il ministro, avrebbe accostato quelle circostanze, il gioielliere di 72 anni e il bengalese di 23 e il marocchino di 35 e l’altro, il 40 per cento, e si sarebbe chiesto che senso ha. Dopotutto succede che persone incapaci di immaginazione siano indotte a tornare sui propri passi e sui propri pregiudizi: il dipartimento penitenziario toscano aveva appena corretto l’ordine di occupare il poco suolo disponibile nelle galere di sua competenza stendendoci sopra dei materassi, e abolendo il calpestio, con la dichiarazione che si era trattato di un refuso. “Contrordine compagni: la delibera del comitato non era ‘scoglionatevi lungo il fiume’, ma ‘scaglionatevi’”, così l’anticomunista Guareschi, uno che andò in galera fieramente, disegnando una fila di trinariciuti obbedienti col fazzoletto rosso al collo intenti a tagliarsi i coglioni lungo la riva.
La grazia: ne diventai competente e, mio malgrado, coattore. Un presidente della Repubblica voleva graziarmi motu proprio, chiedeva per anni di poterlo fare, il ministro della Giustizia si opponeva, era lì per quello, finché la Corte costituzionale, chiamata a dirimere la tenzone, certificò che era competenza esclusiva del presidente, come si era sempre saputo, il presidente intanto era scaduto, io ero quasi morto e per la paura (loro) mandato a casa a finire la pena, e non se ne parlò più: l’altroieri Mattarella ha citato il pronunciamento della Corte del 2006, appunto quello, e Napolitano ne approfittò per graziare Ovidio Bompressi, che l’aveva chiesto, e aveva fatto benissimo, a che pro morire in galera. Ho dunque un magazzino ingente e pittoresco di aneddoti sulla questione della grazia, e una documentazione indiscutibile della mia certezza che mi sarebbe stata risparmiata – alleati, in questo, io e i miei odiatori – ma voglio ricordarne almeno uno, il più pittoresco. Sta agli atti, perché giudici popolari testimoniarono e altri giudici indagarono, cioè simularono di indagare: alle resistenze a condividere la nostra condanna, i giudici togati rimediarono in camera di consiglio assicurando che “tanto gli daranno la grazia”. Altro che aspettare le motivazioni. Il culmine si toccò nel processo di revisione, nel 2000, dodici anni dopo il nostro arresto: qui i giudici scrissero proprio nelle motivazioni che la condanna confermata sembrava loro, cari!, dolorosamente inappropriata, col tanto tempo trascorso e le prove del nostro mutamento civile, così che auspicavano un provvedimento di grazia. Cari!
Vedano di risparmiare, risparmiarsi, un carcere inutile e inutilmente punitivo al condannato Roggero e a migliaia di altri, in carcere per dargli una lezione esemplare, colletti già bianchi, o per toglierli dalla circolazione, i brutti sporchi e cattivi. Invece di assediare Mattarella. Che, a sua volta, farà quello che crederà giusto, disponendo di una gamma di opzioni. Salvo che rivendicare l’omicidio stradale, aggravato dalla crudeltà dei calci in testa, e attenuato dall’esasperazione della minaccia e dell’offesa appena subita, glielo impedisca. E il carcere si guadagni un cliente in più, al 100 per cento, e i suoi paladini interposti si guadagnino un gruzzolo di voti, un tantino per cento.