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Ancora una volta Zelensky non ha fatto i conti con lo spirito degli ucraini
Gli ucraini a manifestare per Fedorov, che rivendica i suoi successi, mentre il presidente si scopre più esposto alle pressioni dei militari che a quelle della piazza
17 LUG 26

Foto Ansa
Quattro anni e mezzo fa, alla vigilia dell’invasione russa, Volodymyr Zelensky era presidente dell’Ucraina da meno di tre anni, in forte caduta di consensi. Era stato eletto con una maggioranza travolgente, come succede ai partiti dell’antipolitica (e dell’anticorruzione) che sono un segno della vita pubblica postmoderna, e nascono quasi per scherzo, non di rado ad opera di attori comici – come da noi, o come quel Count Binface che tiene la testa nel bidone di monnezza contro Farage – e in generale ricadono nel discredito e nell’oblio dopo l’improvvisa ascensione. La decisione di Zelensky e dei suoi più stretti di far fronte all’aggressione smisurata di Putin, “al prezzo della vita”, come cantano tutti gli inni nazionali, attribuì a loro e a un popolo che li sostenne un’aura meritata di eroismo antico – ottocentesco, quanto all’Europa. La resistenza ucraina all’imperialismo russo aveva radici antiche e ignorate dal mondo, che solo dopo cominciò a sentir nominare l’Holodomor. Inoltre, salvo che per gli accoliti, a pagamento o gratis (che è quasi peggio), dell’Eterna Anima Russa e della sua reincarnazione nell’ufficiale del Kgb, governo, esercito e popolo ucraino mostrarono da subito di voler strenuamente resistere in nome della propria libertà e indipendenza, gli stessi desideri che avevano ispirato Maidan, e che ridicolizzavano l’accusa di costituire l’armata delegata, proxy, dei giochi strategici della Nato, ed erano al contrario ben decisi a piegare occidente, Stati Uniti, Europa e Nato alla propria libertà. Lo ricordo un’ennesima volta, perché sì, e soprattutto perché è la premessa a una valutazione lucida degli avvenimenti in corso.
Uno stato di guerra guerreggiata, fino a poco fa solo su un territorio, durato più della Prima e della Seconda guerra dette mondiali, non poteva che banalizzare e, se volete, involgarire lo spirito iniziale della resistenza, quello che aveva fatto impantanare le migliaia di carri armati arrivati alle porte di Kyiv come per una parata. Il gioco reciproco della leadership ucraina e dei suoi alleati non poteva che rispondere a calcoli, interessi, compromessi. Tanto più dal momento in cui l’alleato più potente, e in teoria più sicuro, gli Usa, passarono di colpo dalla parte opposta. Bisognava resistere sui fronti, e barcamenarsi sul fronte internazionale. Al tempo stesso, l’unità proverbiale imposta dalla guerra cedeva al ritorno delle tensioni interne e al confronto politico, cioè alla lotta per il potere, arginata ma non interdetta dalla legge marziale. Zelensky si accorse di avere dei rivali – uno specialmente, il generale Zaluzhny, il più insidioso, il più efficace sul campo e il più amato dalle truppe. E piano piano tutti si accorsero che Zelensky – e con lui i fedelissimi, Yermak, il suo discutibilissimo Yanez – era decisamente insofferente dei possibili rivali. Abbracciò e decorò Zaluzhny e lo mandò a Londra, dove sta – ma si candiderà. Dopo una prima formidabile riconquista di territorio e di prestigio, dal settembre 2022, a Kharkiv e a Kherson, l’ulteriore controffensiva ucraina, troppo sbandierata, non venne. La posizione di Zelensky si fece sempre più difficile. Il reclutamento affrontò una renitenza civile via via più vasta, rafforzata dagli scandali sui favoritismi e la corruzione, anche e soprattutto nelle spese militari. Il presidente aveva dalla sua una reputazione di indispensabilità internazionale e, contro, un eccesso di disinvoltura nel maneggio interno.
Fece, un anno fa, un primo errore madornale, certo mal consigliato, castigando le agenzie anticorruzione: era diventato abile a capire e intrattenere i capi di stato alleati (abilissimi a tenerlo sul filo), non capiva più la sua gente. Che andò in piazza, ragazze e ragazzi soprattutto, e lo costrinse a una umiliante retromarcia. Di lì a poco il clan dei suoi fedelissimi, dal potere di fatto indifferente ai ruoli istituzionali, venne sciolto, Yermak umiliato, grandi affaristi e grandi amici in fuga. Il consenso di Zelensky nei sondaggi scendeva costantemente, quello di Zaluzhny lo surclassava da tempo, altri notabili non avevano il tempo di affacciarsi senza essere messi fuori da una sarabanda di rimpasti, congedi, dimissioni, cadute in disgrazia. Il presidente si sentì così debole – intanto il suo mandato era scaduto, e legalmente lo teneva in carica l’impossibilità materiale di tenere le elezioni – che si affidò anche lui alla durata della guerra, garantita peraltro dalla sicumera oltranzista di Putin. Chi avrebbe intravisto un futuro per lui dopo la seduta allo Studio Ovale in cui, presidente di un grande paese in guerra e alleato, venne trattato come un barbone? Che lo intravvedesse o no, lui tenne duro. Gli europei, di cui si dice accanitamente che non esistono, lo tennero a galla, come si fa con un naufrago. I soldati, esausti da un servizio senza ricambi che per alcuni continuava dal febbraio ’22, tennero davvero duro. La guerra di movimento vantata da Putin e dai suoi generali diventò guerra di posizione. Ed ecco che, da sei o sette mesi a questa parte, da quando l’impegno alla digitalizzazione, al risparmio delle forze umane, all’investimento tecnologico e sui droni, ha invertito le proporzioni del danno materiale (non delle vittime civili, che è sempre la voluttà degli aggressori russi) inflitto al nemico a vantaggio dell’Ucraina, dentro il territorio russo e in Crimea, l’autorità internazionale di Zelensky – le sue “carte” – si è ingigantita, lo ha reso spacciatore di tecnologia militare ed esperienza bellica nel goloso mercato mondiale, e gli ha restituito perfino la considerazione di Trump, cui devono aver detto quanto si risparmia coi droni ucraini.
Questa svolta nella tecnica armata (e diplomatica, come nella sottrazione di Starlink al furto russo), che già era stata preconizzata con un piglio ancora da accademia militare da Zaluzhny, aveva e ha un titolare: Mykhailo Fedorov, 35 anni, già ministro della trasformazione digitale, da sei mesi appunto ministro della difesa, l’altroieri licenziato in tronco, ieri riassunto sub condicione da Zelensky, che un’altra volta, ma irreparabilmente, non ha fatto bene i conti con lo spirito pubblico – le ragazze e i ragazzi (e anche gli alleati militari e civili). Aveva spiegato, Zelensky, che fra Fedorov e Syrsky, il comandante in capo di formazione sovietica, si era provata una incompatibilità irriducibile, insopportabile in tempo di guerra. Però aveva tenuto Syrsky e congedato Fedorov (il quale, da ministro, gli aveva chiesto di liberarsi di Syrsky, dei suoi metodi burocratici, e delle catene di appalti da lui favorite). Con tutto il rispetto – chi vorrebbe stare nei suoi panni – con questa mossa Zelensky si privava del giovanotto cui universalmente era riconosciuto il merito di aver rimesso in sesto la partita militare, e di aver esibito agli occhi del mondo le code di auto alle pompe di benzina russe, un doppione mortificante della fila dei carri armati a secco del 2022. E per la prima volta uno degli innumerevoli “dimissionati” di Zelensky non si limita a dire grazie arrivederci, ma rivendica puntigliosamente i propri successi, accusa apertamente boicottaggi e disonestà degli alti gradi militari, solidarizza con la protesta nelle strade, e dichiara che la questione non è chiusa. E soprattutto fa pensare che nella scelta incauta e irragionevole di Zelensky abbia contato anche l’insofferenza precoce per chiunque possa fargli ombra. Le faccende del potere stanno così, che all’indomani (che arrivi!) della guerra, la destinazione prevedibile di Zelensky sia o la conferma alla presidenza, o qualcosa di simile alla galera, o a un’amnistia.
I sondaggi ucraini, aleatori come sono, funzionano come implacabili broker: una quotazione per Zelensky contro Zaluzhny, una per Zelensky contro Budanov, una al ballottaggio, una per Fedorov, che i sondaggi non avevano preso in conto quanto alla presidenza, ma aveva un indice di gradimento altissimo, e ora l’avrà moltiplicato. Siamo dunque a questo paradosso, che Zelensky, forte della risalita di consensi ottenuta grazie alla controffensiva dei droni sulle raffinerie e sulle navi russe procurata da Fedorov, aveva ricominciato a chiedersi se tenere le elezioni, sia pure in emergenza, magari entro l’anno. Ha combinato un guaio, e gli abbaiano contro (usiamolo una volta il verbo, a fin di bene) gli stessi suoi sodali nella Verkhovna Rada, che invece hanno docilmente ratificato il resto del rimpasto di governo, che era solo un’elusione. Zelensky può temere un pronunciamento degli alti gradi militari più di quanto tema la piazza inerme: è un fatto che le truppe (e non solo, il vicecomandante dell’aeronautica si è dimesso in solidarietà con Fedorov) la fiducia in Fedorov è molto più alta. Noi abbiamo, come ogni giorno (come ogni notte, trattandosi dei missili sulle case) da stare dalla parte dell’Ucraina, dei suoi veterani, delle ragazze e dei ragazzi, e del famoso amore per la libertà.