C’era una volta Sandro Margara, il giudice che “trattava i detenuti come persone"

Privo di servilismo verso le autorità, mai fanatico nelle convinzioni. Un convegno e un ricordo a dieci anni dalla morte di un uomo giusto in ogni capitolo della sua vita

16 LUG 26
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Foto ANSA

Quando c’era Margara!”. Oggi, a Firenze, a dieci anni dalla morte di Alessandro Margara, un nutrito convegno lo ricorda – “Il carcere senza governo. Dal sovraffollamento al degrado, all’emergenza psichiatrica e psicologica, quale riforma della giustizia e della pena?”. Il titolo è stimabile ma, mi scusino i miei amici, anestetico. Avrei preferito, non so: “C’era una volta Sandro Margara”. Renderebbe l’idea di una fiaba, e dell’abiezione della realtà vigente. Indurrebbe i carcerieri di ora a chiedersi che cosa si dirà di loro, quando saranno passati (passeranno, infatti) – e che cosa se ne deve dire intanto, mentre sono in sella.
Dieci anni fa, quando è morto, Margara aveva 86 anni. Era stato un uomo giusto – da giudice, da magistrato di sorveglianza, da titolare dell’amministrazione penitenziaria al ministero, da garante dei detenuti per la Toscana, e insomma in ogni cosa in cui si fosse impegnato. Io lo conobbi da prigioniero e poi da libero, e fummo amici. Leggevo di lui che “trattava i detenuti come persone”, e mi interrogavo su una società in cui si elogi qualcuno per essersi comportato normalmente. In cui si consideri normale che si trattino i detenuti come non-persone. Margara era un cattolico di quella buona lana che un paio di generazioni fa hanno fatto grande Firenze – Gozzini, Meucci, Fioretta Mazzei, Balducci, e don Milani, e prima La Pira… Essendo cattolico, lo chiamava “il carcere d. C., dopo Cristo”: intendeva non dopo la nascita, dopo la scomparsa di Cristo. Si deve a lui (e a Franco Corleone) un regolamento carcerario (2000) troppo ragionevole per essere applicato. Prevedeva cambiamenti eversivi come l’installazione di un interruttore per accendere e spegnere la luce nelle celle. Fu partecipe sicuro e tenace della battaglia per riconoscere agli animali umani in gabbia il diritto ai “rapporti affettivi”, dunque ai rapporti sessuali, che lo stato e i suoi responsabili ritenevano (lo ritengono ancora, benché qua e là abbiano fatto buon viso) un lusso superfluo da cui escludere i dannati. Anzi: il cuore della reclusione.
Io, che dalla più facile situazione di detenuto potevo concedermi un tono scanzonato nei confronti delle autorità, fui sempre stupito dalla spontanea assenza di qualunque soggezione nei confronti dell’autorità da parte di Margara, in proporzione inversa al rango e alla pompa di quelle autorità. Mi ricordo la naturalezza con cui dichiarò che a proposito della carenza di organici della polizia penitenziaria valesse la pena di verificare quanti fossero in malattia o in permesso sindacale o elettorale. Si aprì il cielo, e lui fu buttato di sotto. Il ministro Flick, che può vantarlo a buon diritto, lo aveva nominato alla direzione del Dap nel 1997, all’indomani della improvvisa tragica morte di Michele Coiro; appena un anno e mezzo dopo il ministro Oliviero Diliberto, Dio lo perdoni, lo licenziò in tronco, per il plauso dei sindacati della polizia penitenziaria. “Occorrerebbe una giusta causa: non la trovo”. Venne Gian Carlo Caselli, che non lasciò altro segno fuori da questa accettazione. Margara si accomiatò dal rango ministeriale con una lettera aperta memorabile. Cominciava così: “Lei, signor ministro, mi ha offerto in cambio la presidenza di una commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento penitenziario. Mi chiedo chi le abbia dato questa stravagante idea. L’ordinamento penitenziario ha da rivedere solo alcuni articoli, ma su questi funziona già da alcuni mesi la commissione presieduta dal prof. Fiandaca e ai cui lavori ho partecipato. Per il resto, l’ordinamento penitenziario non è tanto da modificare, quanto da attuare, perché è in gran parte inattuato. Era questo che faticosamente cercavo di fare…”.
Era stato magistrato di sorveglianza a Bologna e poi a Firenze, tornò a farlo a Firenze, fino all’imminente pensione. Poi presiedette la fondazione Michelucci, e dal 2011 al 2013, grazie all’impegno di Enrico Rossi, fu nominato garante regionale delle persone detenute – gli successe Corleone. Nel 2014 morì sua moglie, e fu il dolore più grande. Margara era di quelli per i quali la gioia del matrimonio non finisce, e di quelli che detestano l’ergastolo, l’idea di una pena che non finisca mai. E tanto più l’eccezione divenuta regola e sregolatezza dell’ergastolo ostativo, e del 41 bis. Una volta stabilito che cosa fosse giusto (infatti non era un fanatico) non gli passava per la testa di trovare modi edulcorati per dirlo. Libero, lo incontravo in piazza San Marco, a due passi dall’Ufficio di Sorveglianza, a due passi dalla via Cavour in cui oggi sarà ricordato: a volte andavamo a conversare nel chiostro del convento, quello del Beato Angelico. Era ironico, serio, rigoroso, buono, e uomo di principii – di buoni principii.
Un’antologia di suoi scritti, “La giustizia e il senso dell’umanità”, a cura di Franco Corleone, uscì nel 2015 per la Fondazione Michelucci.