Pisa ricorda Afo Sartori

Ci sono persone che segnano una città e la comunità che la abita. Un po’ come i monumenti. Le persone però passano. E’ vero, ma non del tutto

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Immagine di Pisa ricorda Afo Sartori

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale… Domenica pomeriggio, a Pisa, sotto il sole a picco, ho sceso, dando il braccio alla mia coetanea Gabry, il pendio d’erba e di pietra serena che dal bastione porta all’Arena grande della Fortezza fiorentina oggi Giardino Scotto. Gabry, “colei che, come raccontano le cronache rosa dell’epoca, conobbe Afo all’Agrifiera di Pontasserchio, il 25 aprile del 1958 e, quella sera, alla famosa balera ‘Vallebruna’, sulle note dell’orchestrina di Limon Limonero, ballarono tanto e ‘molto strinti’”. Ero provvisorio e minimo supplente di Afo, che una sera, invitato a cena, sul Lungarno, dalla inarrestabile Teresa Mattei (partigiana, madre costituente, mimose e tutto il resto) si trovò a tavola con un premio Nobel, Eugenio Montale, e temette di non essere all’altezza e al momento di accomiatarsene riuscì a dirgli: “Perché il mondo è fatto a scale, chi le scende e chi Montale”.
Ci sono infatti persone, per esempio Afo Sartori, che segnano una città e la comunità che la abita. Un po’ come i monumenti, la Torre di Pisa, per esempio. Le persone però passano, direte, e la Torre pende ma resta. E’ vero, ma non del tutto. La memoria dura, si trasmette. Perché una città, e la comunità che la abita, si affezioni e si riconosca in una persona, c’è bisogno di circostanze peculiari, variabili di tempo in tempo. Di mestiere in mestiere: essere uno dei Mille, per esempio, oppure, come Afo, fare l’imbianchino, che ti porta di qua e di là, ti fa riconoscere dal cappello di giornale dal secchio e dalla tuta e le ciglia e i baffi chiazzati di bianco, e soprattutto, in una reviviscenza di risorgimento e di scritte carbonare che alla prima luce del giorno colpissero l’attenzione di operai negozianti studenti e poliziotti della Digos, dai cubitali pensieri di amore e di indignazione pennellati senza fretta: DANNATO LAMPINO RIDACCI IL CICLOSTILE!
Afo era anche maestro alla penna, di persone linguaggio e storie della città e del litorale. Così l’annalista e promotore Davide Guadagni: “Afo, ti ricordi quando presentammo un tuo libro nell’affrescatissima sala del Palazzo dei Dodici e sostenemmo che il giorno prima era bianca ma tu ci avevi lavorato tutta la notte? Il libro dove compare la frase che racconta la fine della stagione fredda a Pisa: ‘Passeggiare a primavera sui lungarni assolati per asciugare le ossa fradice d’inverno’.”
Era soprattutto uno spirito musicale, la musica sconfina. Il jazz, per Afo. Ricito Paolo Fresu: “Forse molti di voi non sanno chi era Afo, ma la gente di Pisa e della Toscana lo ha conosciuto, e soprattutto, grazie a lui, ha potuto conoscere il jazz. Un uomo di un altro tempo che ha cantato la musica afro-americana innestandola nella cultura italiana. Un uomo con i baffi schietto e cordiale e soprattutto appassionato di jazz e di vino. Conservo gelosamente Suono DiVino da lui autografato, e Gente di Pisa, che esprime il suo amore per i pisani oltre che per l’uomo e per la vita. Il racconto di Afo è stato la più vasta narrazione dell’universo umano”.
Dunque Afo ha fatto grandi cose, e Gabri, sua moglie, ha ballato strinta a lui e fatto grandi figli e nipoti e cose e domenica pomeriggio eravamo tutti a Pisa, quattro anni dopo che lui se n’è andato. Tutti, Comune già leghista, gonfalone, Ama Sikera, assessore alla toponomastica pisano e di genitori eritrei, popolo di sinistra e non solo, all’unisono – con la tromba poetica di Paolo Fresu – per l’intitolazione ad Afo dell’arena centrale della magnifica e restaurata fortezza che ospita, monumento dentro il monumento, un platano più che duecentenario, gigantesco scavato e commovente, ci vogliono ventuno bambini ad abbracciarlo – ci sono. E’ successo così, Afo non se ne sarebbe stupito. Noi un po’ sì. Ancora Davide: “Chi l’avrebbe mai detto nel 1975 che, proprio nel posto dove facemmo il primo concerto popolare di Fabrizio De André con 15 mila persone, cinquantuno anni dopo avrebbe preso il tuo nome? Lo posso dire, Afo, che se tu avessi potuto scegliere il colore della pelle di quello che avrebbe scoperto la targa col tuo nome, non avresti avuto dubbi?” Ci puoi giurare.