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Una vita in carcere, ma da libera. In memoria di Alessandra Truscello
Aiutò i detenuti senza cedere a illusioni, per sé e per loro
4 LUG 26

Foto ANSA
Alessandra Truscello, quando entrai nel carcere pisano, nel 1996, era una ragazza di trent’anni, e sembrava una ragazza di venti. Dunque molto seria, molto gentile, molto magra, dai lunghi capelli neri. Un’educatrice: nel lessico ufficiale si sarebbe chiamata “funzionaria della professionalità giuridico-pedagogica”, terribilità dei progressi sindacali e ministeriali.
Avevo alle spalle galere precedenti, e un’età ragguardevole, l’idea di essere rieducato da quella ragazza o dai suoi bravi colleghi, uomini e donne – Salvatore, Piera, Loredana, Orlando, Liberata… – mi faceva sorridere. Avemmo nove anni da trascorrere insieme, pressoché quotidianamente, ci sbrigammo a volerci bene. Alessandra aveva una storia famigliare che avrebbe figurato bene in un romanzo di Stendhal. Suo padre, Giovanni, era stato direttore di carcere per tutta la vita, da ultimo a Lucca, dove vivevano, e si era distinto, in tempi piuttosto avversi – lo sono rimasti – per un atteggiamento aperto, paternalistico, direbbe forse qualcuno. Paterno, piuttosto, devoto com’era alla sua famiglia di donne, sua moglie e le sue tre figlie. Alessandra era nata in carcere, letteralmente. Libera, ma dentro. Così sarebbe restata sempre (“predestinata per sempre alle catene”, mi aveva scritto, all’indomani di una terapia). E, perduta una sorella, avrebbe avuto un legame fortissimo con l’altra, Patrizia, appena maggiore, e a sua volta impegnata nell’universo penitenziario e nelle sue vie di scampo. Alessandra aveva fatto le sue esperienze più importanti con le donne detenute, che sono poche, con delitti mediamente troppo minuscoli per accreditarle, messe per lo più a stare, compresi i loro neonati – sono trenta, oggi, dopo anni in cui si è giurato di non permettersi più quella vergogna – in appendici di prigioni maschili, dunque disadatte. Coi detenuti aveva un doppio vantaggio: di solidarizzare con le loro capacità di migliorarsi (nonostante tutto), e di saperne abbastanza da non farsi illusioni tristi per loro e per sé. Pisa ebbe allora un centro clinico invidiabile (invidiato, dunque presto dilapidato); del suo dirigente, Francesco Ceraudo, e delle sue mediche, Italia, Maria, Alessandra è stata amica, così come dello storico direttore, Vittorio Cerri, allievo di suo padre. Coi carcerieri in genere, non di rado brave persone, si avvaleva del suo prestigio e della cura a non ferirne la suscettibilità. In quegli anni, il rumore attorno a me e ai miei compagni attirò sul carcere Don Bosco un’attenzione peculiare di giornalisti, amministratori, artisti, politici, un privilegio – parola che tuttavia va usata con moderazione, avvertirebbe qualunque detenuto provetto: “Sempre galera è!”. Alessandra ne fu l’interlocutrice prediletta, così oggi non saranno pochi, anche in quei mondi, a volerla piangere.
Alessandra Truscello è morta martedì, 1° luglio, a Lucca, nel rifugio in cui si va quando si decide che non si può e non si vuole più resistere. Era stata gravemente malata da tre anni. A lungo aveva continuato a lavorare, poi aveva rinunciato. Non si era nascosta l’inesorabilità del suo male, aveva deciso di non farsene travolgere. Non credo che esistano modi migliori o peggiori di affrontare una condanna arbitraria, il suo è stato certo straordinariamente coraggioso e affettuoso. In carcere, di carcere, si muore, in questi giorni le cronache ne traboccano. Mi piacerebbe che la notizia della morte di Alessandra arrivasse alla moltitudine di prigionieri, più o meno di passaggio, che contarono su lei, sui quali lei contò. In questo tempo non ha smesso di sentire l’affinità fra la propria condizione di paziente e quella della prigione: “… come i prigionieri la speranza di libertà”. Non avrebbe sprecato nemmeno un minuto delle sue ore d’aria. Le avevo scritto: “La galera di oggi è più squallida e infame della galera di ieri. Perché è più squallido e infame anche il mondo di fuori. Basta guardare alla galera, per misurare il fuori”. Mi aveva trasmesso l’iscrizione su un muro del carcere di Terni, ricevuta da un magistrato di sorveglianza suo amico: “Chi salva un uomo salva l’umanità e salva se stesso”.
Mi aveva scritto: “Così termina il bollettino della guerra di casa nostra, ché quelle esterne sono raccapriccianti”.