Un proverbiale Marc Bloch sul futuro che ha il cuore antico

Che gli uomini somiglino più ai propri tempi che ai propri padri sembra oggi più vero che mai. E non solo per il luogo (troppo) comune del tramonto dei padri trasformati in narcisi “amici dei loro figli”

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Foto LaPresse

Da bravo scolaro (ripetente) ho riletto l’“Apologia della storia o Mestiere di storico” di Marc Bloch, ma nella versione in cui Massimo Mastrogregori ha ricostruito o reintegrato il testo, così “aumentato di circa un terzo” (per Feltrinelli, 2024). Il manoscritto, cominciato nel 1942, era rimasto interrotto per l’impegno dell’autore nella Resistenza.
Ho ritrovato le espressioni di Bloch che suonano memorabili e spesso sono diventate proverbiali. Una sopra tutte, la più ricordata nelle celebrazioni dei giorni scorsi: “Il bravo storico somiglia all’orco della leggenda. Là dove fiuta carne umana, sa che c’è la sua preda”. Ma ora mi fermo a una frase non sua, la citazione di un proverbio arabo: “Gli uomini somigliano più al loro tempo che ai loro padri”. Viene dopo qualche decina di pagine, ma rimanda subito al famoso incipit del libro: “Papà, allora spiegami a che cosa serve la storia” – “Papa, explique-moi donc à quoi sert l’histoire”, la domanda di un figlio bambino a Bloch padre. Che gli uomini somiglino più ai propri tempi che ai propri padri (letta oggi suona mutilata della differenza dalle madri, tanto più all’indomani dell’orribile assassinio di Camaiore di figlio e madre) sembra oggi più vero che mai. E non solo per il luogo (troppo) comune del tramonto dei padri trasformati in narcisi “amici dei loro figli”.
Poco oltre Bloch scrive: “Si è verificato un grande avvenimento: le varie rivoluzioni delle tecniche hanno smisuratamente ampliato l’intervallo psicologico fra le generazioni. Con qualche buona ragione, forse, l’uomo dell’età dell’elettricità e dell’aereo si sente molto lontano dai suoi antenati...”. A molto maggior ragione “l’uomo” dell’intelligenza artificiale e della colonizzazione di Marte. Per ridurre la frattura si decide ora velleitariamente di vietare ai figli i telefoni, fino a un’età trattabile. E già per il suo tempo Bloch osservava che la trasmissione diretta fra le generazioni riguardava più il rapporto coi nonni che coi padri e le madri, impegnate dalle condizioni di lavoro, e che l’antagonismo naturale dei gruppi d’età si fa sentire soprattutto fra le generazioni limitrofe – che la ribellione investe principalmente i padri. E parole affettuose e abbracci i nonni.
Di un’altra cosa siamo stati avvertiti: che il futuro ha un cuore antico. Che “l’uomo” è arcaico. Come i contadini e i pastori siriani e curdi fotografati mentre girano attorno al missile balistico iraniano conficcato nel loro campo, alla periferia di Qamishli. Con una gran confidenza, come i pastori erranti dell’Asia con la luna.
I figli imparano soprattutto, o quasi esclusivamente, dai coetanei e dagli algoritmi. Se sono gentili, succede spesso, insegnano ai nonni a sbrogliarsela. I nonni, le nonne, spesso, sentono che i nativi digitali hanno un tesoro sterminato a loro disposizione, e che ne farebbero il miglior uso se ereditassero qualcosa del modo in cui loro, i vecchi, avevano imparato a conoscere, a scrivere, dalle aste in giù, a far di conto, sulle dita. Ma vaglielo a spiegare, agli uni e agli altri.