I morti miei e quelli degli altri. Piazza della Loggia in foto e silenzio

Un film e una raccolta di immagini per ricordare l'orrore dell'attentato che, diversamente da piazza Fontana o dal treno Italicus, fu diretto verso un nemico preciso: sindacati, militanti di sinistra e antifascisti

18 GIU 26
Immagine di I morti miei e quelli degli altri. Piazza della Loggia in foto e silenzio

Foto Olycom

Loriano Pagnoni mi spedisce da Brescia un volume uscito il mese scorso per la Fondazione Negri: “Fotografi nella strage, Brescia 28 maggio 1974”. Quella mattina di pioggia di 52 anni fa cinque fotografi più o meno di professione, dei giornali o di agenzie – Silvano Cinelli, “il grande Cinelli”, rappresentato ora da sua figlia Carla, Pierre Putelli e Nicola Notario – o militanti con la passione della fotografia – Pietro Gino Barbieri, Eugenio Ferrari – andarono in piazza Loggia. Dov’era convocata una manifestazione contro il terrorismo fascista, che aveva moltiplicato i suoi attentati nel bresciano, finché, pochi giorni prima, un giovane attentatore era stato ucciso dalla bomba che trasportava. I nostri cinque pensavano di fotografare i partecipanti alla manifestazione, si trovarono a fotografare l’esplosione, i corpi squarciati e mutilati e lo sbigottimento, la disperazione e il coraggio degli illesi. Le loro fotografie, coi provini, si sono messe insieme per la prima volta, così da offrire a tutti l’intera documentazione della strage deliberata che ferì più di cento persone e ne uccise otto: tre donne, giovani, insegnanti, cinque uomini, due operai, un insegnante, un pensionato ed ex partigiano... La rivelazione luminosa di una società aperta e solidale e, all’opposto, il buio di una combutta vigliacca. Fu chiara da subito la peculiarità della strage bresciana, che non era terrore in una folla indiscriminata, com’era stato in piazza Fontana, come sarebbe stato sul treno Italicus pochi mesi dopo e a Bologna il 2 agosto dell’80. Qui si colpivano i nemici, i sindacati, i militanti di sinistra, gli antifascisti, e non si dissimulavano gli autori, anzi si ostentavano, e dal primo giorno non ci furono dubbi, benché trascorressero 33 anni prima di arrivare a una condanna, e un processo sia ancora aperto. (Un diciassettenne ordinovista, quello che aveva deposto la gelignite nel cestino dei rifiuti, fu fotografato a contemplare l’opera dietro il cordone formato da volontari, e grazie a quella foto è stato condannato). Fascisti, di Ordine nuovo, gli autori materiali, e uomini dello stato, carabinieri, agenti, tra gli ispiratori i complici i depistatori. Nella piazza Loggia le persone non erano estranee le une alle altre, come in un atrio di banca o in una stazione: erano famigliari, parenti, compagne, amiche, e comunque legate da un ideale comune anche se sconosciute. Per questo la commozione che suscitano le immagini – una didascalia avverte: “Alcune fotografie qui contenute documentano scene cruente, strazianti, e la loro osservazione può risultare emotivamente angosciante” – somiglia a quella delle Pietà, qui laicamente sacre, uno striscione o una bandiera mutata in sudario, il compianto di persone care su persone carissime, una moglie, un fratello. Mi sono chiesto se il subisso di immagini di carneficine umane e di distruzioni di luoghi dei nostri giorni togliesse un’attenzione alle immagini di 52 anni fa, se inducesse a guardare senza vedere. Penso di no, anche se la mia è la sensazione di chi c’era e sentì in quella giornata un tornante fatale. Quelle foto hanno una verità schiacciante e, nelle facce, nei corpi, nei vestiti, nei gesti, una data inequivocabile. E il bianco e nero. Operai, studenti, manifestanti, poliziotti, squadristi, detenuti, prostitute e marinai degli anni 60 e 70 erano in bianco e nero. Il colore arrivò quando i movimenti finivano, forse i movimenti finirono perché arrivò il colore e ne ebbe abbastanza. Del resto, la strage di Brescia fu anche la vendetta frustrata sul referendum per il divorzio, appena 15 giorni dopo.
Il volume, in tiratura limitata, ha i testi dei fotografi, del più volte sindaco di Brescia Paolo Corsini, di altri testimoni e custodi della memoria.
Appena una settimana fa alla Camera, nella Sala Matteotti, è stato presentato il film su “La loggia del silenzio - Manlio Milani, memoria di una strage”. C’erano gli autori, Tommaso D’Elia, Simone Pallicca, Elena Caronia, Daniela Preziosi, ospitati da parlamentari Pd, con Vincenzo Vita e lo storico Davide Conti, e c’era soprattutto Manlio Milani. Presidente dell’Associazione dei Familiari e fondatore della Casa della Memoria, Milani ha quasi 88 anni, ne aveva allora 36. Nel film racconta a Preziosi i sentimenti che ha provato e i pensieri che ha da allora tenacemente coltivato. Il caso più futile e imprevisto che lo separò per un momento da Livia, il saluto affettuoso e scherzoso con la mano, i pochi passi che divisero la vita dalla morte, la speranza involontaria, egoistica, naturale, che non fosse toccata a lei. Poi la persuasione di dover risarcire sé e gli altri, diventata l’impegno di tutta la vita. Nel film parla con la franchezza che gli è propria, dice del poco interesse per il cimitero, della lunga attesa di poter andare al portico della piazza con una verità riconosciuta, e finalmente parlare a lei, a loro. E quello è il posto in cui continua a tornare. Alla Camera, dove concludeva il dibattito, Milani si è fermato meno sul ’74 e sulla piazza della Loggia, più a lungo sul ’45 e su quello che aveva capito, bambino, dell’antifascismo. Una inclinazione che la sua Livia quasi gli rimproverava: “Pensi sempre prima alle cose che potresti fare insieme agli altri, e poi a quelle che potresti fare tu. Ma tu chi sei?”. Ricordi infantili di casa, di pane poco e spartito. Poi le solidarietà che si fanno grandi, il Vietnam, le persone – le nostre, Guido Quazza, Pio Baldelli… – l’11 settembre del ’73 cileno. Ma qualcosa mancava in quella partecipazione distante, finché all’indomani della strage la risposta enorme, intimamente sentita, aveva rivelato l’antifascismo come qualcosa da cui ricominciare – compresi i fischi in piazza al presidente della Repubblica e ai notabili del governo, che poi qualcuno cancellò dalla registrazione della giornata. Il primo capo di imputazione a Brescia non fu per strage, ma per delitto comune… Bene, ascoltate Milani, a Radio Radicale, guardate il film, su Arcoiris Tv, o YouTube… Ha concluso citando la morte di Ramelli, le scuole in cui è andato a parlarne, e poi citando Brasili, per dire della differenza, “del tuo morto e del mio morto”, quello col francobollo e quello senza – “Io l’accompagnerei volentieri la nostra presidenza del Consiglio, alla Casa della Memoria, e fermarci alla formella di Ramelli e a quella di Brasili”. Sono rimasto in pensiero, come ogni volta.