Rubriche
Piccola posta •
Alex Pineschi e quella retorica dell'onore
C'è chi irride la memoria del volontario italiano ucciso sul fronte ucraino. Ma non era né mercenario né contractor: si era arruolato, prima come istruttore, da un mese come combattente, in una formazione specializzata, con lo stesso soldo dei suoi commilitoni, uccisi assieme a lui da un drone russo

Foto Ansa
Ho trascorso un fine settimana sui social, come si dice – sull’unico che frequenti, quello da vecchi, Facebook, dove incollo le piccole poste. Ho imparato cose, soprattutto da chi la pensa diversamente da me, com’è naturale. Intanto voglio dire del volontario italiano, della Spezia, ucciso sul fronte ucraino di Lyman, Alex Pineschi, e a mo’ d’introduzione cito un’udienza del 2023, copiata ieri da Vera Gheno, al Senato Usa. Il senatore dell’Arkansas Matt McKee interroga la dottoressa Gwendolyn Herzig, farmacista. “Lei ha detto di essere una donna trans?”, “Una femmina trans, sì”. “Lei ha un pene?”, “Questo è orribile!”, “E’ lei che ha introdotto l’argomento”. “Io non ho mai detto niente che riguardasse gli organi genitali”. “Tutto ha a che fare con gli organi genitali”. “Non risponderò a questa domanda. E’ del tutto impropria”. “E’ suo diritto...”, “Okay, io sono una professionista della sanità, una dottoressa, la invito a trattarmi in quanto tale”. Interviene l’avvocata che la accompagna: “Per cominciare le dico che sono sconvolta da quello che lei ha chiesto alla mia amica, se ha il pene, e desidero aggiungere che, anche se lei, senatore, ha il pene, questo non vuol dire che lei abbia l’onore né che sia un uomo”. (Le parole dicono meno che le facce, andate a guardare).
Il pene e l’onore conducono dritto alla moltitudine di interventi in cui i possessori di una tribuna Facebook hanno ritenuto di insultare Alex Pineschi o di esultare per la sua morte – “uno di meno”. Una gamma che va dai più ovvii fanatici del regime russo ai più ordinari titolari dell’indole che viene a torto attribuita agli sciacalli – “ben gli sta”, “poteva starsene a casa”, “se l’è cercata”. Fra loro, i puri di tasca che deplorano l’avidità del “mercenario”, del “contractor”. Pineschi, com’era facilissimo accertare dal primo momento, non era né mercenario né contractor: si era arruolato volontario, prima come istruttore, da un mese come combattente, in una formazione specializzata, con lo stesso soldo dei suoi commilitoni, uccisi assieme a lui da un drone. Aveva messo in conto la sua morte, aveva parlato francamente delle condizioni del fronte, aveva scritto la lettera del giorno dopo a suo padre (“Papà se mai leggerai questo messaggio vorrà dire che non ci sarò più. Sarei potuto tornare indietro ma non l’ho fatto perché ho visto delle cose che si scontrano con la mia coerenza e quindi ho deciso di rimanere qui per difendere queste persone dai soprusi”...). Non so calcolare, ma si sono fatti molto più numerosi i post che ne commemorano vita e morte, ne ricordano il passato, di alpino e poi di volontario – a scarso soldo – con i peshmerga curdi nella guerra allo Stato Islamico. (Quando mi è successo, sono stato grato di mescolarmi ai peshmerga al fronte contro il Daesh, inerme non per principio ma per buon senso). Autrici e autori e firmatari più diversi, persone che parteggiano per la difesa dell’Ucraina, amiche e amici che hanno conosciuto Pineschi, suoi commilitoni o colleghi, esponenti e organizzazioni dei mestieri delle armi. Molte migliaia di persone. Spesso il loro rimpianto si esprime nelle parole di una retorica intrisa di senso dell’onore, di virilità, di audacia e coerenza, la retorica delle medaglie al valore e dell’inno di Mameli. Spesso hanno l’intestazione di associazioni di militari o di veterani. Non ero in grado di distinguere una per una questa prese di posizione, ho messo il mio like a tutte quelle che rendevano omaggio alla memoria di Alex Pineschi, sono stato attento a non metterlo a quelle che la irridevano.
Il primo volontario italiano morto in Ucraina, nell’aprile 2022, si chiamava Edy Ongaro, veneziano, “comunista”, combatteva dalla parte dei russi, aveva chiamato il suo kalashnikov Anita, “come la moglie di Garibaldi”. Si conobbero dopo i suoi difficili trascorsi personali. Ne scrissi: “E’ il destino dei cimiteri di guerra, alla lunga, di finire in una confidenza da vicini di casa. Non occorre aspettare alla lunga per sapere che una linea netta separa una parte giusta e una parte sbagliata, e che le vite e le morti delle persone non si spartiscono docilmente secondo quella linea... Riserverei l’onore a quasi nessun epitaffio, per il resto il familiare augurio Riposi in pace va benissimo”.
Ho una postilla. Riguarda Vannacci, il Futuro Nazionale, le sue piazze che scandiscono: “Generale!”. Forse dispone del quorum, e perciò se ne danno pensiero gli scavalcati. E’, congedato a due stelle, pensionato e parlamentare europeo, avviato a essere nominato Generale per antonomasia, come già l’Avvocato, o l’Ingegnere. Il Generale della Decima, l’addetto militare a Mosca, il commesso viaggiatore politico delle forze armate all’occasione, quando sbuchi la notte da dietro la collina e tornino in auge quell’onore e quel pene.