Rubriche
Piccola posta •
Israele come il Terzo Reich, un capovolgimento di senso
Il confronto a “Otto e 1/2” riapre una domanda antica e complessa: fino a dove può spingersi il paragone storico senza trasformarsi in semplificazione morale?
30 MAG 26

Foto Ansa
Avvertito il giorno dopo, guardo la puntata di “Otto e 1/2” di giovedì sera. Ci sono Laura Canali, cartografa di Limes, Alessandro De Angelis, Tomaso Montanari e Luca Josi. C’è un aggiornamento di Gruber sulle ultime infamie del governo israeliano – Smotrich: “Distruggere cento edifici di Beirut per ogni drone che colpisce un militare israeliano”… – e la discussione sui propositi della guerra totale di Netanyahu a Gaza e in Libano, piuttosto scontata. Gruber si premura di ricordare che “non tutta Israele è Netanyahu”. Finché De Angelis non evoca l’ “incubo storico” di Israele, trovarsi nella parte dell’aguzzino. Gruber coglie al balzo la cosa – rischiosamente, perché nella storia passata e presente si sono contesi in tanti il ruolo dell’aguzzino, e la sua riduzione a Israele, o “agli ebrei”, passati da vittime a carnefici, è un punto da cui guardarsi, soprattutto se si vuole evitare che il capovolgimento si riverberi oltre che sui carnefici di oggi sulle vittime di ieri. La coglie al balzo – facendomi sobbalzare: “C’è chi fa il parallelo fra i metodi nazisti e quelli di oggi di Netanyahu, stai facendo questo parallelo?”. Sobbalzo perché introdurre, per così dire, senza anestesia (come nella chirurgia di Gaza), il parallelo fra Israele e il Terzo Reich è un passo forte. Più precisamente, è un passo oltre la parola – genocidio – di cui si era finora fatto il Rubicone da attraversare, pena farsi complici del genocidio. (Non importa, ma io non ho obiezioni all’uso morale del nome di genocidio, e una delega alle autorità competenti quanto alla sua accezione giuridica).
Di qui in avanti, l’ultimatum sul male estremo: “Di’ genocidio!” dovrà integrarsi e perfezionarsi con l’attributo estremo: “Di’ nazista!” Nonostante che il nome sia stato coniato, da un ebreo, sullo sterminio degli armeni, lo stesso che aveva ispirato Hitler, e sia poi stato applicato a una gamma di eventi, codificata dal 1948 in poi, dunque dopo Norimberga, in una Convenzione internazionale. Così bruscamente posto da Gruber – “Stai facendo questo parallelo?” – il tema viene docilmente ma tenuemente confermato da De Angelis: è aperto il dibattito, dice, sulla fascistizzazione di Israele… Fascistizzazione tuttavia non è nazismo – osservazione mia – siamo ancora un gradino al di qua, benché edotti del modello che il fascismo offrì al nazismo, e alle stesse applicazioni razziste, scioviniste, coloniali e antisemite. De Angelis aggiunge che Israele “mutua i metodi del terrorismo, e Gaza è un campo di concentramento a cielo aperto” – affermazioni fondate, direi, salvo che qui “campo di concentramento” sottintende “nazista”, come se non ne fossero esistiti e non ne esistessero altri, dal Gulag alla Cambogia, dalla Siria alla Birmania… Tomaso Montanari interrompe e corregge: “Di' sterminio!”, perché sia univoco il riferimento. Ormai la serata ha preso la sua strada. Gruber a Josi: “Oggi si può fare questo parallelo fra Netanyahu e i suoi ministri, e i metodi nazisti?” Josi, secco: “No”. Ecco, ci sono domande cui non si risponde che alzandosi e andandosene, o dicendo “No”. (“Preferirei di no”). Josi fa l’errore – penso, mi scuserà – di aggiungere, di malavoglia, qualche frase, poi si accorge che non ha senso. Rincara la dose sui governanti israeliani – carogne umane, e umane è già dire troppo… - ma “quel genocidio fu una cosa diversa…”. Gruber sembra consentire, quasi per cortesia: era un periodo della nostra storia, il Novecento… Montanari rialza: “Questo dibattito c’è anche in Israele, a parlare di genocidio sono stati storici e intellettuali israeliani, il paragone è nei fatti ed è legittimo farlo… Negarlo sarebbe come accusare di antisemitismo una parte del mondo ebraico”. La sua foga è tale che non si chiede come immaginare una Germania nazista, in piena macchina del genocidio, in cui storici e intellettuali tedeschi, non in esilio, la denunciassero “per primi”. Dice ancora che “Netanyahu, come Hitler, ha paragonato Israele a Sparta…”. (Mi permetterò di dare a Tomaso Montanari, reduce da un sentito Uno Maggio tarantino, una notizia: che Taranto si vanta unica colonia magnogreca fondata da Sparta, e che i suoi tifosi di calcio, nella fortuna e nella sfortuna, si chiamano Spartani). Montanari segue pedissequamente l’assimilazione: sanzionare il solo Ben-Gvir è come sanzionare Heinrich Himmler. Israele è “il figlio sano del sionismo diventato suprematismo razziale, messianismo, e i primi a denunciarlo sono gli intellettuali ebrei” (di nuovo). Gli ebrei furono perseguitati, dice, perché erano estranei al paradigma dello Stato nazione – però gli ebrei erano stati perseguitati parecchi secoli prima che si inventasse il paradigma dello Stato nazione.
Laura Canali, a sua volta interpellata, conferma energicamente le “terribili similitudini, il metodo di sfollamento a Gaza, le aggressioni nell’area C di Cisgiordania, per circondare l’area B, che abbiamo potuto vedere grazie agli israeliani che ne fanno una testimonianza accurata…” – i metodi di sfollamento sono tipici del “paradigma nazista”? Il Mussa Dagh? E nel nazismo c’erano i testimoni tedeschi che li facevano vedere? In un mondo intero che chiudeva gli occhi la bocca e le orecchie al messaggero che al costo della vita veniva a portare la notizia dello sterminio, e a suicidarsi per la disperazione di non essere creduto o ascoltato? Gruber cerca altre conferme, “se per raccontare tutto questo si debba ricorrere a una pagina così atroce del ’900…”. Canali: Sì. Montanari annuisce, energicamente. Gruber, indulgente, alla volta di Josi: “Forse significa banalizzare la tragica pagina dell’Olocausto…”. No, scuote la testa Montanari. Josi, esasperato, lamenta la “perduta capacità di andare a distinguere”, dopo aver “sfracassato” coi riti della memoria del giorno dopo. Montanari: “Io continuo a celebrare il Giorno della Memoria… Il fatto che lo compia lo Stato di Israele comporta una ferita speciale” – l’inversione vittima-carnefice, ancora. “Un dibattito e un tema spinosissimo e delicatissimo”, saluta Gruber.
Per altre ragioni avevo ascoltato Barbero su temi analoghi, e avevo trovato un video, ma di due anni fa: “Israele è come la Germania nazista?”. Diceva Barbero che la contesa fra Israele e Palestina è “una tragedia”, che Israele può essere criticato durissimamente, che i suoi storici, scrittori, giornalisti, sono i primi a farlo, ma che “ovviamente nessuno di loro si sogna di dire ‘Israele è come la Germania nazista’ e vivaddio. Secondo me dobbiamo stare molto attenti; in queste faccende, che già per loro natura spaccano l’opinione mondiale, le esagerazioni non ci servono!”.
Non ho letto il testo in cui Montanari argomenta l’identità fra il fascismo del ventennio e quello vigente, e ora l’ho ascoltato sostenere l’identità fra il criminale governo israeliano e il regime nazionalsocialista. L’avevo ascoltato nella bella festa dell’Uno Maggio di Taranto, nel comizio che fece rumore. Io penso che non si sia mai abbastanza antifascisti, ma che le esagerazioni non ci servano. Suggerirei a ciascuno di noi, quando prende la parola, un criterio: di chiedersi se, sceso dal palco e riaccomodato al suo posto – il seggio numero 14 della Camera dei deputati, per esempio – se la sentirebbe di dire ai suoi vicini: "Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”.