Ai detenuti non servono raccomandazioni. L'aria non c'è

Non ho mai cambiato la mia convinzione sulla galera e i suicidi: che non bisogna chiedersi perché i detenuti decidano di ammazzarsi molto più dei liberi, ma come mai tanti detenuti decidano di non ammazzarsi. Un caldo da morire

29 MAG 26
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Foto Ansa

Ieri “Tutta la città ne parla” di Radio3 si occupava del caldo che fa: l’estate, ha spiegato un esperto, si mangia ogni anno un pezzo in più della primavera, una volta cominciava a metà giugno, ora va risalendo alla metà maggio. Un ascoltatore aveva obiettato alle pittoresche descrizioni giornalistiche o televisive della calura, rappresentate da turisti cui si scioglie il gelato in mano, o che cercano ristoro nelle fontane pubbliche, e mai da muratori madidi di sudore e altre figure di fatica. Nell’esemplificazione mancava, ma se ne è parlato tante volte che forse ci si vergogna a ripeterlo, il caldo delle galere. Le celle sono caloriferi, d’estate – dei frigoriferi, d’inverno. (A proposito, è appena stato emesso un ukaz che vieta l’introduzione di frigoriferi: per evitare che la locuzione “Ci hanno pure il televisore!” venisse superata da: “Ci hanno pure il frigo!”). Finestre che non sono finestre, porte doppie e blindate, sbarre arroventate, aria in stato di fermo, la temperatura penitenziaria è iperbolica. L’aria, anche se cercasse di circolare, si imbatterebbe, prima ancora che in tutta quella muraglia e ferraglia, nel mucchio di corpi umani, quelli che fanno i turni per scendere dalle brande per mancanza di suolo calpestabile. Quanto all’acqua, più spesso manca.
“64.436 persone a fronte di una capienza effettiva di 46.318... Negli ultimi quattro anni, il numero di detenuti (la ‘popolazione carceraria’...) è cresciuto di 6 e mezzo al giorno”. Mi piace, questa media: lo vedo, il prigioniero dimezzato al seguito degli altri sei a ogni giorno che passa. A ogni notte che non passa. Tasso medio di sovraffollamento: 139,1 per cento. Punte del 240 per cento... Angela Stella ricapitolava ieri le condizioni fissate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sullo spazio accettabile per ogni singola persona detenuta, e sugli altri indicatori indispensabili: possibilità di utilizzare la toilette (“la toilette...”) , in modo privato, l’aerazione, l’accesso alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle regole sanitarie di base... Assenti, all’ingrosso. Lo Stato italiano non bada a spese quando si tratta di sborsare contravvenzioni e risarcimenti alla propria illegalità.
Una volta all’anno, quando arriva l’estate, i giornali intitolano sull’“emergenza caldo”, e qualcuno fa notare che l’arrivo dell’estate non è propriamente un’emergenza, dato che succede ogni anno da che il mondo è mondo, solo ora bruciando le tappe e i corpi. Ai detenuti (e alle detenute, comprese le madri coi piccoli, che sono oggi ben più che raddoppiati rispetto all’anno scorso...) non sono specialmente utili le raccomandazioni dei telegiornali: bere molto, tenere la canottiera, e soprattutto “non uscire nelle ore più calde”. “Invivibili”, sono chiamate le condizioni carcerarie, e infatti muoiono. In galera le metafore si fanno reali: un caldo da morire. Non che ce ne sia bisogno, delle temperature estreme. Fra i suicidi di martedì, spiccava quello di una ragazza di 21 anni, condannata a 5 anni per furti e rapine da tossicodipendenza, spostata dal carcere di Verona a quello di Trento, dove aveva potuto frequentare un corso da gelataia e farsi benvolere da tutti, anche dal cappellano cui aveva regalato un Corano e una scultura modellata da lei, poi, in mancanza d’altro, ha preso un asciugamano e si è impiccata. Soccorsa, è morta due giorni dopo in ospedale, dunque non comparirà nell’elenco dei suicidi carcerari, bensì in quelli ospedalieri, ordinari: non fa numero, una specie di grazia.
Non ho mai cambiato la mia convinzione sulla galera e i suicidi: che non bisogna chiedersi perché i detenuti decidano di ammazzarsi molto più dei liberi, ma come mai tanti detenuti decidano di non ammazzarsi. Un caldo da morire.