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Gennaro Sasso e una conversazione lunga una vita con Machiavelli
Storico della filosofia e intellettuale schivo, ha attraversato quasi un secolo con rigore civile e fedeltà allo studio, intrecciando libri, maestri e vite
27 MAG 26

Screenshot da youtube, canale TreccaniChannel
Gennaro Sasso è morto ieri a Roma, nella casa dell’Aventino dove era quasi sempre vissuto, e avrebbe compiuto 98 anni fra un mese. Non c’è niente del secolo quasi compiuto che non lo abbia riguardato, sebbene sempre a una distanza, non di sicurezza ma di discrezione. Aveva detestato il fascismo fin da ragazzino, era stato azionista, non aveva voluto essere altro che studioso e professore. Gli chiese Antonio Gnoli: “Perché fallì l’azionismo?”. “Perché c’erano uomini di grande valore ma con scarsa esperienza politica. Del resto, abbiamo vissuto dal 1945 fino alla caduta del Muro con la convinzione che bisognasse o impedire o fare la rivoluzione comunista. Due diverse campane che ci hanno rintronato. D’altro canto, non c’è mai stata una rivoluzione borghese. Ma come farla in un paese che ha conosciuto solo a sprazzi una vita politica davvero laica?”. Laico, spiegava, è “riconoscere agli uomini oltre il diritto di vivere anche quello di morire”. Quando una personalità insigne della nostra vita culturale scompare è inevitabile attingere a Gnoli, che ha sventato il mestieraccio di scrittore di necrologi raccontandole in vita, e aggiornandole via via che le vite si allungavano, come esemplarmente con Sasso. Ancora poco fa, dopo la morte precoce di uno dei suoi allievi e obiettori, Mauro Visentin. Con Gnoli, Sasso arrivò a essere sorprendentemente tagliente, come due anni fa: “Ti senti vecchio?”. “Ho 95 anni, tu che dici?”. E: “Non credi che esista l’egemonia culturale?”. “Oggi vige implacabile l’egemonia del cretino”.
Ho anch’io i miei trascorsi con Gennaro Sasso, e li citerò. L’avevo ascoltato alla radio e poi letto, all’inizio degli anni 60, su Machiavelli, che era stato l’oggetto del mio primo colloquio in Normale. Nel 2005 venni messo fuori dalla galera (di giorno, per tornarci di notte) con l’incarico di curare le pubblicazioni della Normale, e in particolare un grosso volume di Sasso su Delio Cantimori. Lo feci accuratamente, come meritava la rifinitezza quasi pedante della sua prosa (“Lei è un po’ capzioso”, gli dice Gnoli, “La filosofia è un modo preciso di esercitare il pensiero”, replica lui). Fra i suoi maestri e amici c’era stato Guido Calogero, la cui figlia Laura era diventata sua moglie, e per tutti gli anni del mio carcere e dopo mi scrisse lettere bellissime – è morta nel 2014.
Sasso ha studiato soprattutto Machiavelli, Dante, Croce, Gentile, senza mai smetterli. Può stupire, una così lunga e fedele conversazione, ma in fondo è la cosa più simile all’amicizia. Del resto, un suo bel libro è dedicato a “Minimi ricordi. Storici, filosofi, amici” (Viella, 2024). E simile anche a una specie di rigorosa modestia. In un altro dialogo, nel 2014, col giovane Ambrogio Garofano (1986), Sasso ricostruisce la sua decisione di non diventare né grecista – era stato studente con Gaetano De Sanctis e con Gennaro Perrotta, e si era detto che non sarebbe mai stato a quell’altezza, benché avesse poi continuato a studiare il greco per tutta la vita – né filosofo, benché avesse continuato a studiare la filosofia per tutta la vita; e di aver preso un suo posto nella storiografia – che non è la storia, con la quale avrebbe dovuto riaffrontare quella fatica di Sisifo, di non venirne a capo – benché l’abbia studiata per tutta la vita. Tuttavia, “per me il vero campo di prova è stato Machiavelli. Lì effettivamente il cimento è stato con armi filosofiche, perché è pur vero che Machiavelli non è un filosofo, ma è un pensatore a tal punto provocatorio nel suo estremismo che chi lo incontra sulla propria strada, se non è uno sprovveduto, non può che riceverne una forte scossa”.
Alle persone, anche alle sue contemporanee, Sasso ha dedicato un’attenzione e una simpatia generosa. A quelle riconosciute come di maestri, “Pantaleo Carabellese, Carlo Antoni, Gaetano De Sanctis, Antonino Pagliaro, Natalino Sapegno, al quale devo la conoscenza durante un esame, di Cesare Garboli. Diventammo molto amici. E Federico Chabod che ai miei occhi rivestiva un fascino particolare”. E soprattutto a Luigi Scaravelli, il filosofo che era morto suicida nel 1957, di cui feci in tempo a orecchiare una memoria leggendaria, piena di reverenza e quasi di mistero, nei miei anni pisani.
Sempre Gnoli gli osservò: “C’è nelle sue ricerche, nei suoi studi, un costante richiamo alla ‘decadenza’, al ‘tramonto’, ma poi tutto questo è come se avvenisse al riparo dal caos e dai tumulti, starei per dire, dalla vita vera”. Replicò Sasso: “Intende dire che è come se io quel ‘mare in tempesta’ l’abbia visto solo in cartolina?”.
Nessuno è al riparo dai venti e dalle tempeste, nemmeno chi è stato avvertito a costruire per tempo argini. Un giorno del 2009 Roberto, un figlio di Laura e suo, un giovane uomo “ricco di idee musicali e letterarie nascoste per timidezza”, se ne andò in pochi minuti, per un arresto cardiaco. “Quando la notizia ci raggiunse, tornavamo da un concerto. Da allora non ho più ascoltato musica, non sono più entrato in un teatro o in un cinema”.