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di Adriano Sofri

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Trump e l'ipotesi del tiranno pazzo

La pazzia è un segno di distinzione o una condanna alla rovina. Cosa ostacola ancora un riconoscimento netto dell’evidenza? La paura, prima di tutto


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21 APR 26
Immagine di Trump e l'ipotesi del tiranno pazzo

Foto LaPresse

Il numero 1661 di Internazionale fa il lavoro per noi. In apertura, la rubrica di Giovanni De Mauro mette in fila senza commento la sfilza di dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in ordine cronologico, dal 28 febbraio, primo giorno di guerra all’Iran, al 15 aprile (si potrà aggiornarla quotidianamente, e con piena soddisfazione). All’interno, Internazionale ripubblica l’articolo per il mensile The Prospect di Alan Rusbridger, già direttore del Guardian, “E se Trump non fosse sano di mente?”. Il titolo in realtà attira la lettura ma trae in inganno, quanto alla conclusione, che elimina l’interrogativo: “Questo tizio è pazzo”. (Tra le più tragicomiche circostanze citate da Rusbridger c’è quella: “Quando durante una riunione di governo ristretta dedicata alla guerra in Iran il presidente passa cinque minuti a descrivere la sua preferenza per i pennarelli indelebili…”).
Che cosa ostacola ancora un riconoscimento netto dell’evidenza? La paura, prima di tutto. Che un demente di questo genere, megalomane, magalomane, sia “l’uomo più potente del mondo”, e se ne avvalga senza misura, fa tremare madri e padri e qualunque essere umano pensante. La paura può indurre al servilismo e alla rassegnazione anche le persone più lontane da ogni potere, e assimilarle alla corte di imbecilli adulatori e ambiziosi che circonda Trump e gli impone le mani sulla spalla, per affidarlo al Creatore e farsene curare dal male, amen. E agisce anche l’evocazione del congegno psicologico del “fare il pazzo”. Forse, ci si dice, e ci si consola, non è davvero pazzo, fa il pazzo. Ipotesi ridicola, tanto più se immagina che “fare il pazzo” sia una variante rassicurante dell’esserlo, mentre gli sta agli antipodi. Fare il pazzo esige un colmo di intelligenza e di misura, mentre Trump, senza i milioni di elettori imbecilli che l’hanno rimesso in sella, sarebbe solo un imbarazzante deficiente. Ubu padre. Tommaso Campanella torturato fa il pazzo, immagina il più gran pazzo divenuto re, riesce a scrivere La città del sole. Amleto fa il pazzo, e riesce anche a non diventare re. Al contrario, un grossolano imbecille investito di un potere così smisurato rimette al mondo la categoria: è pazzo. Probabilmente, la renitenza ad ammetterlo e agire di conseguenza viene dalla nostra resistente convinzione romantica, o dalla nostra speranza, che nella pazzia si celi qualcosa di nobile o di degno, uno specchio in cui riconoscere una parte di noi.
In una società retta dagli dèi, la pazzia è un segno di distinzione o una condanna alla rovina. Giove toglie il senno a colui che vuole perdere. Alla fine della democrazia, toglie il senno a colui che viene messo a capo di un’umanità che va verso la rovina. Dice di sé Campanella: “Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia”. Tirannide, tornata in auge, nome e fatto. L’ipotesi del tiranno pazzo è costante e ha un ruolo centrale nelle discussioni sul tirannicidio. Non c’è niente di più di un’assonanza, tuttavia colpisce la frase del Papa Leone: il mondo “is being ravaged by a handful of tyrants” – il mondo è devastato da una manciata di tiranni.

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