di Adriano Sofri
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Caro Giuliano, non sottovalutare la posizione della Chiesa
Quando Papa Francesco ammoniva contro “la pazzia che è la guerra” non aveva ancora visto la guerra finita nelle mani di un pazzo
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18 APR 26

Foto Vatican Media/LaPresse
Caro Giuliano, vorrei commentare la tua veemente protesta contro la belluria ipocrita del pacifismo della Chiesa – non che mi dispiaccia la veemenza retorica e la rivendicazione dei profeti armati. La tua ricapitolazione di un contropotere cattolico che occupa il campo di Cesare quando ci vuole, e anche quando no, sottovaluta, mi pare, lo svolgimento della posizione della Chiesa. Che ha conosciuto bensì avanzate e ritirate e digressioni, ma ha cercato di superare prima la dedizione alla guerra santa e poi la stessa giustificazione della guerra giusta, pur senza riuscirci del tutto – e riconoscendo, a volte, che la riuscita non sia di questo mondo, e che la pace stia nel cammino infinito per fare le paci. Che magari un compromesso accettabile stia nel cambiar nome alle cose. (L’ingerenza umanitaria di Wojtyla fu un esempio che sperava e faceva sperare, per poco, perché rimandava a un’autorità internazionale riconosciuta).
Il Papa Francesco aveva detto un po’ tutto e il contrario di tutto, sull’Ucraina. Ma anche questo: “Penso a voi, giovani, che per difendere coraggiosamente la patria avete dovuto mettere mano alle armi anziché ai sogni che avevate coltivato per il futuro”. Di Leone XIV, che impareremo a conoscere, sembra evidente una distinzione fra l’Ucraina e il medio oriente. E’ evidente il mutamento nel quadro internazionale. “La guerra dovrebbe appartenere al tragico passato, alla storia”, disse Giovanni Paolo II, 1982. La guerra era stata il motore della storia e della sua compagnia, la consumazione della terra. Dopo il 1945, benché solo in una parte del mondo, quella macchina era retrocessa, lentamente e digrignando i denti. Nel giro di pochi anni – dal Covid all’invasione dell’Ucraina – la guerra, il nome che usurpa, e la riparazione del pianeta, sono state deliberatamente ricacciate indietro da una Santa Alleanza, un’inaudita Azione Parallela, messa imprevedibilmente insieme da Mosca a Washington, da Teheran a Gerusalemme, missili e fossili. Quando Papa Francesco ammoniva contro “la pazzia che è la guerra” non aveva ancora visto la guerra finita nelle mani di un pazzo. Diceva: “Quando l’uomo si mette al posto di Dio, allora rovina tutto”, non immaginava una caricatura d’uomo messo dall’AI al posto di Dio, Padre e Figlio. A Cesare quel che è di Cesare, certo: chiamare in causa Dio sembrava restato il vizio d’origine dell’islamismo, è tornato a contrassegnare l’ortodossia di Belgrado e del Cremlino, l’ebraismo del governo israeliano, i cristianesimi americani. “Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici”, ha detto il Papa in Camerun. I mattatoi attuali che usurpano il nome già abominevole di guerra pretendono di nuovo di vantarsi guerre di religione. Quello che c’è di peggio.
Wojtyla vinse del tutto disarmato contro il realcomunismo tardosovietico con un atteggiamento duro e intrepido, facendo appello ai fedeli, “non abbiate paura”, e potendo contare sulla soggezione che la Polonia cattolica e mariana incuteva ai suoi consunti governanti. Tu hai propugnato, in questo ciclo travolgente di maniere forti, scelte d’impeto che avrebbero fatto invidia a Giulio II, e l’attacco all’Iran sopra tutte. L’Iran della minaccia mortale su Israele e sul suo popolo. Le cose, a distanza di tre anni, sono ancora a mezzo, ma è sempre tempo di tirare qualche somma provvisoria. L’attacco all’Iran contava su un’insurrezione della sua cittadinanza giovane e audace, di donne vita libertà. Quando è avvenuto, Netanyahu e Trump e l’erede Pahlavi hanno incitato gli iraniani a sollevarsi. Non era la Polonia, gli iraniani si sono sollevati, e sono stati ulteriormente massacrati. 30 mila ribelli sterminati in un paio di giorni – se questa è la cifra, o più o meno – spiegano il fallimento temporaneo di una speranza. Ma gli incitatori, tremenda responsabilità, si sono sbrigati, sarà per un’altra volta, hanno detto, tutto bene, faremo come in Venezuela, ha detto Trump. Noi però (quelli di noi) dobbiamo dire, e prima pensare, che abbiamo sbagliato aspettandoci che un attacco armato – e di una tale inaudita potenza – facesse cadere il regime. Chi la sa lunga, specialmente a posteriori, ha poi ammonito che l’Iran non è il Venezuela. Ma anche il Venezuela non doveva essere il Venezuela, e anche lì si incitò il popolo, e il rapimento a mano armata di una coppia di coniugi non è un modo plausibile di liberarsi di una dittatura. (Vediamo a Cuba).
Nel catechismo cattolico si dice che la guerra non deve suscitare “mali e disordini più gravi del male da eliminare”. E nel pensiero cristiano un caposaldo antico è la distinzione fra vittime civili e militari. Le cose sono a mezzo, ma quando faremo un bilancio provvisorio del male da eliminare dopo il 7 ottobre e i mali e i disordini che l’hanno seguito: vittime civili, ostentazione di violenza, cinismo, razzismo, noncuranza e anzi sfida ai sentimenti di tanta parte dell’umanità?
E del mondo in mano a una manciata di tiranni.
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