di Adriano Sofri
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La "cancellazione di una civiltà" non è nulla di nuovo
Come Trump, già durante la rivoluzione islamica del '79 qualcuno provò a mettere fine alla società iraniana. In quell'occasione però era il khomeinista Sadegh Khalkhali e la società in questione era l'effige dell'impero achemenide
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9 APR 26

Foto di Associated Press/LaPresse
Un lungo passato come il mio fornisce premesse, esperienze e coincidenze che attutiscono il colpo. Per esempio, sul programma di cancellare una civiltà. Nel 1979, uno dei più grotteschi e criminali caporioni della rivoluzione iraniana mutata in rivoluzione khomeinista, Sadegh Khalkhali, “l’impiccatore”, già a capo dei “tribunali rivoluzionari”, dichiarò che i monumenti dell’antico impero achemenide, le favolose tombe di Dario, Serse e Artaserse a Naq-e-Rostam, le reliquie di Susa e la tomba di Ciro il Grande a Pasargade, e le rovine dei grandi palazzi di Persepoli, grondanti del sudore e del sangue del popolo, andavano rasi al suolo. Mobile com’era – viaggiava con un patibolo portatile, per impiccare a domicilio – una mattina si presentò all’ingresso delle rovine di Persepoli con un centinaio di energumeni muniti di armi e bulldozer, con l’intenzione di spianare al suolo le vestigia dei palazzi di Dario e di Serse sopravvissute a venticinque secoli di malanni.
Un’idea che non era venuta nemmeno ai primi conquistatori islamici, che pure avevano sfregiato alcune facce dei rilievi e inciso sul vecchio marmo le proprie iscrizioni. Arrivai a Persepoli, da Shiraz, fortunosamente, c’era la guerra con l’Iraq, era vietato viaggiare all’interno e muoversi senza seguire i militari. Così venni a sapere che cosa aveva appena salvato l’antica capitale dalla nuova distruzione. Era stata la resistenza attiva di 60 operai, addetti ai cantieri permanenti di manutenzione e restauro di Persepoli, che sbarrarono la strada agli attaccanti con pale, picconi e anche, a quanto pare, con qualche fucile. “Dovrete passare sui nostri cadaveri”. Dopo un teso fronteggiamento gli attaccanti recedettero dal loro assedio. Quegli operai erano per lo più ferventi islamici quanto gli assalitori, e non erano mossi dall’amore per le antichità e le belle arti, bensì dalla più prosaica difesa del posto di lavoro. Ciò non toglie che se Persepoli continuò – e continua, fino a Trump – a custodire per il mondo intero il suo tesoro, lo si dovette esclusivamente alla determinazione sindacale di quei 60 lavoratori.
Perfino per il fanatismo della repubblica islamica il feroce pagliaccio Khalkhali era troppo, e alla fine del 1980 dovette dimettersi dal comando della repressione anti-narcotica, preso con le mani nel sacco. Morì, parecchi anni più tardi, in piena disgrazia e tossicodipendente, pare.
Cancel Culture, pensata in grandioso. Il desiderio di cancellare le civiltà, e le loro testimonianze maggiori, i monumenti materiali e le lingue, i nomi e le parole, col pretesto di vendicare le ingiustizie di cui si erano macchiate e nutrite, è irresistibile. Affascina gli eredi degli oppressi di un tempo come gli eredi degli oppressori. Trump, che fa demolire e ricostruire la storica sala da ballo e incidere il suo nome sul Kennedy Center e sull’Istituto della Pace, e la sua faccia da schiaffi sulle monete, aveva tuonato di essere pronto a distruggere la civiltà iraniana, come l’ubriacone Khalkhali. E siccome i pazzi delle barzellette si prendono per Napoleone, Trump si è paragonato anche a Napoleone: “Chi salva il proprio paese non viola nessuna legge”. Napoleone si portò dietro in Egitto una formidabile commissione scientifica, e incitò i suoi: “Soldati, dall’alto di queste piramidi, quaranta secoli vi guardano”. Donald Trump spianerebbe le piramidi e ci farebbe costruire dei favolosi condominii da suo genero. Come nell’antica Gaza, riportata all’età della pietra.
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