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Sono loro, gli alberi di Sarajevo alti e frondosi, a misurare il tempo che passa
Trent'anni fa in città non c’erano più alberi. Solo tronchi e rami mutilati, senza foglie. Falcidiati dai proiettili, segati e scortecciati per fare un po’ di fuoco nelle case buie e gelide, prima o dopo di bruciare anche i libri. Sono passati 30 anni dal massacro di Srebrenica

Foto Ap, via LaPresse
Sarajevo, 10 luglio. Sto in un grazioso alberghetto nella stessa strada della vecchia Sarajevo in cui abitavo, in cima a una salita, sotto la collina da cui facevano rotolare giù botti da vino piene di esplosivo, e appena sopra Baščaršija, che è diventata affollata di turisti come ogni centro storico delle belle città d’Europa, solo che qui fa più impressione, e sono la Turchia e i l’Arabia Saudita e gli Emirati a prevalere, e il numero di donne completamente coperte di nero a colpire. Non occorre chiamare le persone amiche a Sarajevo, basta andare in giro e incontrarle, ed è più bello. Nessuna dice: “Eri qua non mi hai cercato”. Dicono: “Sapevo che eri arrivato”. Ci sono strampalate sorprese, anche. “Incredibile!”, come dice ad alta voce Gigio, e: “Fellini!”, dice ancora. Così ad alta voce che ieri sera, sulla Maršala Tita, una ragazza italiana ci ha fermati: “Siete italiani?” Era col suo ragazzo, italiano anche lui, belle facce tutti e due. “Lui è di Firenze”, ha annunciato Gigio, che è sempre contento di promuovermi. “Anch’io!”, ha esclamato il ragazzo. “Sto a Tavarnuzze”, ho ridimensionato. “ANCH’IO!”, ha esclamato il ragazzo, incredulo. Bene, eravamo un vecchio e un ragazzo di Tavarnuzze, nel centro di Sarajevo, e se aveste dei dubbi ecco l’indirizzo del suo “Oratio. Arte vino”, via Palmieri 25r, Firenze, sarà contento che ci andiate, penso. Del resto una volta ero a Herat, Afghanistan, e da un C-130 scese un giovane smagliante ufficiale pilota: era di Tavarnuzze, lo scrissi su Repubblica, se dubitaste. E stamattina incontro Kanita, che intanto è diventata nonna e cavaliere della Repubblica italiana, e basta fare due passi e lasciare la pazza folla per il salone dell’Hotel Europa, che era pura Austria-Ungheria dalla fondazione, ed è ridiventato ora dopo le bombe e il restauro, e del glorioso passato serba il mobilio il soffitto altissimo i tavolini rotondi e soprattutto lo spazio smisurato: la suprema inattualità in un tempo in cui lo spazio vale tanto oro quanto misura. E il silenzio, si può parlare piano, lentamente, un ricordo alla volta. Il Ponte Latino è a pochi metri, le impronte sul cemento delle scarpe da contadino di Gavrilo Prinzip sono conservate ancora, benché il museo non si chiami più Mlada Bosna, Giovane Bosnia, e sia più neutramente intitolato all’intera epoca austro-ungarica, “1878-1918”. Kanita racconta della sera in cui vennero da lei, nel ’94, dopo il Requiem di Mozart nelle rovine della Vijećnica, la Biblioteca moresca prediletta dagli artiglieri e dai cecchini, Zubin Meta e José Carreras, Ruggero Raimondi, Cecilia Gasdia, e lei si arrangiò con una pita scondita e non volevano più andar via. “Le scarpe di Ferragamo che mi avevi regalato” – bisogna fare regali lussuosi in guerre e carestia, ma era stata molto più commossa la volta che le portai un limone – “sono finite nella mostra di un artista che ha raccolto scarpe rotte a tutte le tragedie...”.
Ho provato altre volte, come tanti vecchi sarajevesi, il sentimento da cui bisogna guardarsi, un rimpianto per il tempo dell’assedio e della guerra, un rigetto verso il chiasso di ora e i souvenir lavorati coi bossoli garantiti d’epoca. Bisogna che la vita sia com’è ora, che imiti la pace, tanto più quando basti guardare un po’ più in là per soffocare. Mi è facile evitare di caderci, mi basta guardare gli alberi, anche qui, nel centro di Baščaršija. Non c’erano più alberi, allora. Solo tronchi e rami mutilati, senza foglie. Falcidiati dai proiettili, segati e scortecciati per fare un po’ di fuoco nelle case buie e gelide, prima o dopo di bruciare anche i libri, un po’ alla volta, scegliendo quali lasciare ultimi, caso mai finisse: Anna Karenina, forse.
Ora gli alberi di Sarajevo sono alti, rigogliosi, frondosi, sicuri di sé, nel giardino davanti alla cattedrale, nel parco con le tombe antiche e recenti davanti alla Presidenza – dappertutto. Sono loro a misurare il tempo trascorso, i trent’anni che oggi ci portano a Srebrenica, in quella distesa sterminata di lapidi bianche.
Trent’anni sono bastati al rinascimento degli alberi. Della rinascita degli umani, non saprei dire.