Gli imbecilli

L’ossessione di volere conservare il potere quando sta scivolando via, o quando lo si vuole senza più limiti
24 DIC 20
Ultimo aggiornamento: 05:01
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Si prova un rigetto nei confronti della politica, di quello che passa per politica, e lo si spiega con la sensazione di inadeguatezza, o francamente di stupidità, dei suoi attori contemporanei. Naturalmente, non è un buon argomento. Del resto una sensazione simile, solo più combattiva e meno dimissionaria, si provava anche per la politica di una o due generazioni fa, e tuttavia allora la sufficienza nei confronti degli attori della politica ufficiale contava meno dell’opposizione alla visione del mondo cui si ispiravano. Questo non è un tempo di visioni del mondo, il mondo è rimasto solo, forse è il compimento della secolarizzazione famosa. Anche il potere è rimasto più solo, e dunque mostra più scopertamente la propria inclinazione a sbagliare i conti e a nuocere agli altri e perfino ai suoi provvisori detentori. Intelligenza o astuzia o furbizia o una loro mescolanza possono favorire in qualche caso la ricerca del potere, ma la smania di conservazione del potere comunque raggiunto istupidisce pressoché inesorabilmente.
I generali argentini, dei bruti, per procurarsi in extremis una proroga, scatenarono addosso al paese e a se stessi la follia delle Malvine-Falkland. Dello sconfitto Trump testimonia la cronaca quotidiana. Non sempre i protagonisti di simili aberrazioni sono personalmente stupidi dall’inizio.
Stiamo guardando fra sgomento e compiacimento il Regno Unito in preda alla versione peggiore della pandemia e la fila dei camion ferma ai suoi bordi, con un primo ministro inglese buffo come un birillo restato in bilico quando tutti gli altri sono stati buttati giù, e ci ricordiamo che tutto successe quando un altro primo ministro, David Cameron, autore di una carriera smagliante, ritenne di poter giocare con i risentimenti antieuropei degli elettori per lucrare vantaggi dall’Unione e farli fruttare nella rivalità interna al suo partito e verso l’estremismo brexitista. Il referendum che doveva rafforzarne la leadership, cui non si risparmiava l’aggettivo di carismatica, affossò di colpo lui e il resto, fino alla coda dei camion di oggi.
Nel nostro piccolo, Matteo Renzi, il quale almeno non arrivò a indire lui il referendum, che era previsto per confermare la riforma costituzionale, lo cavalcò come l’occasione per suggellare un successo già strepitoso con un plebiscito in suo favore, quando avrebbe potuto tenersene in disparte come da una scadenza che riguardava solo ormai l’intenzione popolare, e si procurò così un plebiscito contrario: aveva alzato il gomito. Voler conservare il potere, quando stia scivolando via, o quando lo si voglia senza più limiti (il Salvini da spiaggia che restò spiaggiato) rende imbecilli, che lo si fosse o no dall’inizio.