Punire con il carcere gli spacciatori "recidivi" servirà solo a sostituirli, non a eliminarli

Il proposito del ministro Lamorgese potrebbe far tracimare le galere di nuovi detenuti in custodia “cautelare”
21 FEB 20
Ultimo aggiornamento: 15:51
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(foto LaPresse)

La signora ministro dell’Interno, Lamorgese, che allontana da sé le tentazioni partitiche, ha dalla sua un’esperienza professionale e un riconosciuto buon senso. Doti che sembrano ambedue tradite dal proposito di modificare le norme in vigore (già effetto di una correzione costituzionale) così da attuare la reclusione in carcere per i responsabili recidivi di piccolo spaccio. Vecchia storia. L’attributo di “recidivo” è pressoché pleonastico per i piccoli spacciatori, italiani o stranieri, che sono pressoché sempre anche consumatori e tossicodipendenti. Lo spaccio è il loro modo di procurarsi la sostanza. E chi è povero e consuma sostanze di qualunque genere non lo fa una volta sola, e non è granché dissuaso dalla minaccia del carcere. La ministra vuole affrontare lo scandalo, sentito dai cittadini e soprattutto dalla polizia, di uno spacciatore denunciato e rivisto la mattina dopo all’opera. Con la misura che la ministra propone, cittadini e polizia avrebbero la consolazione di vedere una faccia nuova allo stesso posto la mattina dopo e ogni giorno dopo, e la galera tracimare di nuovi detenuti in carcere “cautelare”, aggiunti a quelli, giovani i più, che già affollano per un terzo le scandalose carceri italiane.