La fuga di Tawfik, una trasfusione di sangue letteraria tra noi e i nuovi migranti

Ho letto “Il ragazzo di Telbana”, libro di Paolo Di Stefano, scrittore che insegna ai ragazzi la sua vita di ragazzo
20 DIC 19
Ultimo aggiornamento: 15:37
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(foto LaPresse)

Un effetto collaterale, ma ingente, della prossimità dei nuovi migranti, è nell’imbarazzo più o meno consapevole per il divario fra il loro curriculum e il nostro, di persone che per lo più non hanno conosciuto la guerra e la fame, e rilegano il romanzo della propria vita longeva confrontandolo con il loro di adolescenti attraversatori di guerre e carestie ed epidemie e deserti e mari e umiliazioni. C’è stato un interregno narrativo – e cinematografico, artistico, perfino sportivo, nonostante l’apparenza – in cui non avevano ancora le risorse generali e specifiche per maneggiare in proprio le loro storie, e pensavamo di raccontarle noi: una trasfusione di sangue letteraria. Solo una proroga, del resto: noi eravamo “padroni” della “nostra” lingua (del “nostro” mare), loro ne imparavano tante, era chiaro che fra poco le avrebbero raccontate loro, e avrebbero raccontato anche noi da quella prospettiva speciale, e infatti è successo e succederà irresistibilmente.
Ho appena letto l’ultimo libro di Paolo Di Stefano, “Il ragazzo di Telbana”, Giunti, che racconta in prima persona la storia – di che cosa? forse di una laurea in Metodologia delle determinazioni quantitative d’azienda, tesi sugli “Effetti della direttiva 34 Ue sui princìpi generali del bilancio”. Cioè: dell’itinerario che va dal villaggio egiziano di Telbana, padre contadino e imam, ottusamente duro, madre analfabeta e affettuosa, bastonate a scuola e al lavoro d’estate, poi Tripoli, il mare, la Sicilia, la fortuna di arrivare ancora minorenne e di trovare poveri ospitali, Milano, la scrupolosa collezione di parole nuove, la fame e le scarpe rotte, la tenacia, l’ascesa sociale fino al culmine: una reception notturna d’albergo. Di Stefano se l’è fatta raccontare la storia, e ha avuto il permesso di raccontarla a sua volta. Era mezza sua, perché lui, nato in Sicilia, è cresciuto nella Svizzera dell’emigrazione, e non l’ha accantonata, è sceso nel pozzo di Marcinelle, è tornato nella Sicilia delle sepolture. Qui scrive per i ragazzi di un ragazzo cui è stato insegnato che “i pesci devono nuotare”. Era il titolo di una versione precedente del racconto, appena variati i personaggi, un motto da sardine. In uno con la sua storia, la vista sbalordita del famoso mercato ittico milanese evoca la domanda su come avranno guardato, quei pesci, gli umani, i bambini, sprofondati nel loro mare. Tawfik – è il nome del protagonista – forse d’ora in poi racconterà da solo il seguito della storia e magari anche la storia dei nuovi arrivati. Fin qui c’è un doppio traguardo raggiunto: l’istruzione (l’educazione anche, quella c’era dall’inizio, aveva bisogno dell’istruzione per non schiantarsi) e l’amore. L’amore è a sua volta un promemoria per la classifica dell’avventura delle vite: una luminosa giovane tutsi che è riuscita a lasciarsi alle spalle la catastrofe feroce del suo paese, la violenza invasata del nordest del Congo, cose che si vuole raccontare solo a uno, e solo lasciandogli intuire il fondo dell’orrore. E quell’uno si vergogna della sua vicissitudine, che gli era sembrata finora enorme e d’un tratto diventa modesta, piccola. Quello che proviamo cento volte più forte noi, anche con le nostre pellacce piene di cicatrici, di fronte al passato di un ragazzo sbarcato a Lampedusa, che è un superstite e non è che all’inizio del suo viaggio.
Una volta, moltissimi anni fa, Paolo Di Stefano venne a intervistarmi sopra le mie vicende losche e siccome non ne potevo più e forse anche lui, riuscii a intervistarlo sui suoi precedenti: soprattutto la sua formazione di filologo romanzo a una scuola illustre come quella di Cesare Segre e la leggenda, che anch’io avevo frequentato, di Gianfranco Contini. Poi ho seguito con fedeltà il suo lavoro di scrittura, sui giornali, nei libri. L’impegno che mette ad ascoltare e dire ai ragazzi la propria vita di ragazzo. Senza demagogia: il suo Tawfik, per cavarsela, ha avuto bisogno degli altri buoni, ha confidato nella legge dell’attrazione, per cui il bene attrae il bene e viceversa, e ha saputo anche contare su di sé, sull’uscita dal gregge, sulla buona solitudine.