L’insegna di una vecchia locanda, la furia dei cervi, una ragazza genziana

Nei racconti di “La strada di campagna” di Regina Ullmann c’è la cupezza e la meraviglia della Natura, la cupezza e il mistero degli esseri umani, il loro bisogno mai appagato gli uni degli altri, le strade buie, fuori e dentro di sé, in cui avere paura 
24 OTT 26
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La morte era stata allestita in forma di trappola. Ma prima che arrivasse la sua ora, il topo aveva ancora da rosicchiare la parete che conduceva alla mia camera da letto. Doveva rosicchiare un lungo cunicolo e doveva rosicchiare il mio sonno.
Regina Ullmann, tratto da “La strada di campagna” (Adelphi, 180 pp)
 
Una scrittrice svizzera nata alla fine dell’Ottocento, amica di Rilke e lei stessa poeta. In questi racconti, tradotti per Adelphi da Daria Biagi, c’è la cupezza e la meraviglia della Natura. La cupezza e il mistero degli esseri umani, il loro bisogno mai appagato gli uni degli altri, le strade buie, fuori e dentro di sé, in cui avere paura. Regina Ullmann sposa il perturbante anche quando descrive una ragazza, “la bella scema”, dal corpo bianco come la neve, che si godeva l’ozioso far niente insieme agli animali, di cui non si accorgeva nemmeno. “In un senso più misterioro, lei era persino superiore a un semplice essere umano. Il suo modo di vivere, così bello e indisturbato, dava ai suoi gesti una perfezione naturale che forse non avevamo mai visto prima di allora. Forse in città la sua sarebbe stata considerata una malattia mentale. Ma qui, in campagna, era semplicemente la scema e basta”. Di cui il giovane contadino si innamora, e questo amore diventa un segreto inaccettabile, un tormento che lo porterà alla rovina. Il racconto si intitola “L’insegna di una vecchia locanda” ed è come un corteggiamento tragico, come l’arrivo di una primavera crudele. Gli animali, l’erba, i fiori, il rumore dei passi, tutto sembra sapere molto più di quel che dovrebbe. Tutto sembra gridare vendetta contro qualcosa che non si può desiderare. I cervi sanno che cosa ha in testa il giovane contadino. Regina Ullmann, morta in Baviera nel 1961 dopo una vita difficile, segnata dalla persecuzione nazista, racconta un mondo visionario in cui la morte e la vita sono vicinissime, e i topi non sono soltanto prede. Così come le bambole bionde dentro le scatole di legno, con gli occhi spalancati, non sono un giocattolo ma un segno premonitore. Le bambine giocano, ma sono state già toccate dal dolore. Le bambine giocano, ma sanno restare in silenzio per ore. Con una strana deferenza verso le cose inspiegabili e ingiuste. Le bambine tengono i segreti, gli adulti no. “Per molti infatti tacere è un’impresa troppo grande, non potete aspettarvelo da tre persone su tre. E prima di tutto, la comprensione non è che il palato della mente, che però è collegato alla lingua. E la lingua - di solito - (una volta che ha capito), parla. Così va il mondo”. Così va il mondo, la lingua parla, i cervi scatenano la loro furia di notte, nel bosco velato di nebbia.
Rilke diceva di Regina Ullmann “La sua anima fa pensare a una persona cieca dalla nascita che sia stata educata da un visionario”.